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Esteri

GUERRA IN LIBIA/ Mario Mauro: l'Italia segua l’"opzione D'Alema"

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Perché non valutare questa opzione che è già stata attuata dal Governo D'Alema, quando ci siamo trovati in una situazione analoga nello scenario albanese? Perché, cioè, non comprendere che un'azione di intervento militare, di contenuto e di forma limitatissimi, potrebbe trarci fuori dai guai e dall'impiccio di dovere affrontare invece il pericolo di un confronto con le milizie di Isis che trionfano sulla costa, e a quel punto armano e conducono i barchini e i barconi in soluzioni armate per azioni di pirateria all'interno del Canale di Sicilia e del mar Mediterraneo? 

Noi siamo chiamati a dare queste risposte, così come siamo chiamati a superare le contraddizioni di una mancanza di cultura di difesa che sembra perniciosamente affliggere il nostro quadro politico. Mi rivolgo in questo senso a tutte le forze politiche che sono state protagoniste di Governo negli ultimi dieci anni.

Il bilancio della Difesa italiana in dieci anni è stato tagliato del 26 per cento; quello della Germania è cresciuto in dieci anni del 3,8 per cento. Il nostro problema rispetto alla cultura della difesa, che purtroppo affligge in modo speciale il partito di maggioranza relativa, è che non possiamo obbligarci a disfare di notte ciò che abbiamo costruito di giorno. Non possiamo promuovere programmi di dotazione militare di giorno e disfarli con mozioni incredibili di notte. Non possiamo essere continuamente in contraddizione con noi stessi, perché questo non ci rende credibili nello scenario internazionale.

È bene, quindi, che sulla questione libica, proprio perché c'è il favore e il consenso di una popolazione italiana che capisce quanto è importante il tema della difesa, il Governo italiano torni ad esercitare un ruolo chiave nella relazione con gli alleati occidentali e con coloro che, nei Paesi arabi, si battono per la democrazia e per la libertà.

Un'ultima considerazione sull'Europa. Sono realmente mortificato, perché la politica europea mostra tutta la propria difficoltà nel momento in cui, recandosi all'Onu, è qualificata dalla lunga sequenza di ambasciatori dei Paesi dell'Unione europea (ben 28), cui si aggiunge quello dell'Unione europea. Nella realtà questo dà l'immagine di ciò che l'Unione europea è sul piano della politica estera: una sorta di organizzazione non governativa assolutamente impotente. Perché ci sia un'azione europea risoluta, bene fa l'Italia a programmare, in ogni sede e in ogni circostanza, il dovere di promuovere e di agire per una maggiore integrazione, ma è necessario anche che mettiamo qualche puntino sulle "i".

Dovevamo proprio aspettare la nomina di un Alto rappresentante dell'Unione europea italiano perché quel ruolo venisse ulteriormente mortificato, escludendo la signora Mogherini dai colloqui sul tema del nucleare iraniano e, quindi, mettendo in una condizione di oggettiva minorità chi esercita quel ruolo? Dovevamo proprio aspettare la nomina di un Alto rappresentante dell'Unione europea italiano perché diventasse ancora più marginalizzato quel ruolo nel contesto della crisi ucraina? Credo che questa sia una questione che fondamentalmente riguarda la postura, il modo con cui il Governo italiano esercita la sua presenza nelle istituzioni internazionali.