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GUERRA IN LIBIA/ Mario Mauro: l'Italia segua l’"opzione D'Alema"

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Non c'è bisogno di alcun dibattito parlamentare e di alcun atto parlamentare che forniscano al Governo italiano strumenti e determinazioni per decidere la guerra contro lo stato islamico (Isis o Daesh). Non ce n'è bisogno perché ci sono già atti parlamentari che impegnano il nostro Governo al confronto con l'Isis, inteso come progetto terroristico e come milizie terroristiche che stanno ferendo la dignità dell'uomo a diverse latitudini.

Il nostro Governo ha già impegnato dei militari nel Kurdistan iracheno, perché in quel luogo noi facciamo attività di formazione per i peshmerga curdi, ed ha già impegnato dei Tornado italiani in attività di ricognizione nel Kurdistan iracheno e in Siria. Allora, che senso ha dire che c'è bisogno di una nuova determinazione per combattere lo Stato islamico e le milizie dell'Isis in qualunque altra latitudine?

Le milizie dell'Isis, che si muovono nel deserto libico e stanno arrivando sulla costa e a Tripoli, sono fatte di uomini che hanno già combattuto fino a ieri in Siria e in Iraq. Il progetto politico-ideologico del califfato è, per sua natura, un progetto internazionale, cosmopolita, che si riferisce addirittura a cittadini con passaporto europeo. Quindi, se noi abbiamo già deciso, e con determinazione, di sfidare lo Stato islamico, vuol dire che quella lotta va fatta ovunque e con la medesima determinazione.

Quindi, quando si dice che siamo pronti a combattere, altro non significa che siamo nelle condizioni di dover combattere, perché è stata lanciata una sfida al nostro modo di concepire la vita, che si fonda essenzialmente sul rispetto della dignità umana.

Veniamo ora al territorio libico, alla questione della Libia in sé. Ci sono delle fazioni in Libia, prima fra tutte Ansar al-Sharia, che sicuramente hanno un carattere più locale, ma che non hanno alcuna fiducia e alcun interesse alla nascita di uno Stato libico democratico. Questo, pur rilevato anche dalle autorità americane presenti in luogo, determina una difficoltà anzitutto di mentalità, perché la lotta tra le fazioni libiche è lotta tra chi concepisce lo Stato come la banda che ha vinto. E' lotta, cioè, tra chi ritiene che una volta che si è ottenuto il potere, lo si debba gestire con il criterio del "prendo tutto io". 

Questo rende enormemente difficile un tentativo di mediazione solo diplomatica all'interno dello scenario libico, ed è ciò che chiama in causa in prima battuta il ruolo prioritario dell'Italia. 

Siamo quelli che hanno più problemi con la Libia, perché sicuramente il flusso di migranti e di profughi che proviene da quelle coste ci mette in enorme difficoltà. Ma siamo anche quelli che trarranno maggiore vantaggio se sapremo trovare una soluzione adeguata a questo problema. Allora perché non considerare la possibilità, che pure era compresa nelle opzioni di Mare nostrum, di fare interventi a terra, sulla costa libica, per distruggere al suolo, prima ancora che partano, i barconi che costringono a morte certa i migranti? 



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