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UCRAINA/ Gli interessi di Germania (e Hollande) dietro la fragile tregua

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L’attenzione della comunità internazionale per i fatti drammatici che arrivano dal Medio Oriente e dal Nord Africa rischia di far perdere di vista uno dei perni principali della nostra sicurezza: la delicata guerra in Ucraina. La tregua fragilissima siglata a Minsk già scricchiola e si ha la percezione che si tratti dell’ennesima breve pausa prima di un ritorno delle ostilità. Questo perché manca un’idea chiara e una strategia precisa su quale debba essere il futuro dell’Ucraina e soprattutto l’atteggiamento da assumere verso la Russia di Putin.

Il principale paradosso della vicenda ucraina rimane però il fatto che sul terreno si scontrano molti interessi ma soprattutto oggi quelli di Stati Uniti, Russia e, per alcuni versi, Germania. E’ paradossale cioè che ad occuparsi della sicurezza e della sovranità di un’area al diretto confine con l’Unione europea debba essere soprattutto Washington. Diciamo la verità: Merkel e Hollande hanno avuto un ruolo sì rilevante nel raggiungimento di questa tregua. Ma la loro presenza in Bielorussia è dettata da motivazioni che spiazzano la compattezza e la solidità del progetto europeo.

La Germania ha rapporti economici imprescindibili con la Russia ed è nel suo interesse arrivare al più presto al congelamento del conflitto e al reintegro – parziale o totale – di Putin nella comunità internazionale; c’è invece il sospetto che la Francia fosse al tavolo al traino tedesco e per motivi di politica interna: dopo i fatti di Parigi e gli attentati a Charlie Hebdo, Hollande ha guadagnato consensi nell’opinione pubblica. La vicenda russo – ucraina è quindi un modo per consolidare il tentativo di recupero di popolarità per il più impopolare dei Presidenti francesi della storia recente.

E allora a Washington si commentano i fatti ucraini con preoccupazione ma anche con il solito marcato scetticismo verso l’Europa. L’America ha interessi importanti in Ucraina. Non sono interessi diretti, economici e commerciali. Ma quella del Donbass è una frontiera strategica e simbolica per molti aspetti. Innanzitutto perché serve ad affermare il principio della inviolabilità delle frontiere, principio sancito dalla Carta dell’ONU e da tutti i Trattati internazionali. Già la vicenda dell’annessione della Crimea è stata vissuta con un certo fastidio dagli USA; ma almeno lo strumento utilizzato, quello del referendum, è servito a salvare le forme.

Nelle aree di Donetsk e Lugansk siamo invece di fronte a un conflitto aperto e nemmeno per procura ma con un impegno diretto di forze armate russe. Washington ha bisogno innanzitutto di rassicurare i suoi alleati dell’Est europeo, freschi membri della NATO, dell’efficacia del suo ombrello protettivo. Le pressioni di Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania soprattutto per il possibile revanchismo russo sono numerose. L’America, dopo aver esteso a Polonia e Repubblica ceca il suo ombrello operativo oggi vuole mettere in sicurezza la sovranità di quei Paesi. E nel farlo si aspetta ovviamente che la consapevolezza dei guasti che può causare la violazione dell’integrità territoriale in Europa sia presente soprattutto a Bruxelles.


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