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Esteri

UCRAINA/ Putin, Obama e la signora Davydova

PETR NAGIBIN commenta la crisi ucraina parlando di quanto accaduto a Vjaz’ma, dove una donna, madre di sette figli, è stata arrestata con l’accusa di tradimento della patria

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È veramente strana la guerra che si sta combattendo al confine tra Russia e Ucraina, così strana che tanto più ci illudiamo di aver imboccato la via di uscita dalla crisi e tanto più cresce la gravità del conflitto in corso; ogni tregua, ogni conferma degli accordi di tregua precedentemente sottoscritti viene immancabilmente seguita dalla sua violazione, con un costo in vite umane ogni giorno crescente.

Se ci si ferma alle grandi strategie internazionali c’è da restare interdetti: mentre la cancelliera Merkel insiste nel ricordare che «non esiste soluzione militare del conflitto», il presidente Obama prende in considerazione la possibilità di fornire all’Ucraina «armi difensive»; mentre il presidente Putin invita alla cessazione degli scontri, Aleksandr Zacharcenko, leader dell’autoproclamata repubblica di Doneck, annuncia la mobilitazione generale.

L’impressione netta è che si viva in un mondo orwelliano dominato dai principi della neolingua, così che «La guerra è pace! La libertà è schiavitù! L’ignoranza è forza». La menzogna si è così ampliata e stabilizzata che sembra difficile anche solo immaginare cosa stia succedendo veramente.

In realtà però questa è solo un’impressione, almeno parzialmente falsa. Molte cose, in effetti, ci sfuggono, ma non tutto è così difficile da capire. Qualche giorno fa Boris Višnevskij, un deputato di Pietroburgo, si poneva una serie di domande, tutte chiaramente retoriche, che a ben vedere potrebbe porsi chiunque, dalla Russia a qualsiasi paese occidentale: davvero c’è ancora qualcuno che crede che dei sistemi lanciarazzi come il Grad o l’Uragan si possano trovare sul mercato libero, o possano spuntare magicamente dalle miniere del Donbass? E davvero c’è ancora qualcuno che crede che uno di questi sistemi d’arma possa essere tranquillamente maneggiato da uno qualsiasi dei cosiddetti «volontari separatisti», che magari sino all’altro ieri aveva fatto, se non proprio il minatore o l’avvocato, almeno l’ingegnere?

Ponendoci queste domande non risolveremo certo il problema del rispetto degli accordi di cessate il fuoco e non arriveremo certo a suggerire vie di uscita da questa crisi, ma almeno faremo rinascere l’idea che una coscienza critica è possibile e non richiede chissà quali informazioni speciali, ma ha bisogno solo di un rinato senso di responsabilità di fronte al reale.

A proposito di informazioni speciali e di senso di responsabilità, c’è una strana storia che sta accadendo in questi giorni in Russia e che ci può permettere di fare un ulteriore passo in avanti rispetto a questo senso di impotenza che spesso ci taglia le gambe.

A Vjaz’ma, un’antica cittadina della Russia occidentale con poco più di 50mila abitanti, sulla base dell’articolo 275 del Codice Penale della Federazione Russa è stata arrestata una casalinga (madre di sette figli, il più piccolo, una bambina, di pochi mesi), con l’accusa di tradimento della patria attraverso la divulgazione di segreti di Stato.