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DALLA RUSSIA/ Omicidio Nemcov, una svolta verso il Terrore

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Boris Nemcov (1959-2015) politico dell'opposizione a Vladimir Putin, ucciso venerdì notte a Mosca (Immagine dal web)  Boris Nemcov (1959-2015) politico dell'opposizione a Vladimir Putin, ucciso venerdì notte a Mosca (Immagine dal web)

Qualche giorno prima, dopo la firma dell'ennesimo accordo di cessate il fuoco, i «volontari» russi che combattono in Ucraina avevano esplicitamente detto che per loro era una questione di onore non rispettare quegli accordi e poche ore dopo il presidente Putin, commentando la ritirata dell'esercito ucraino da Debal'cevo con una dichiarazione del tutto priva di senso della dignità e dell'onore, aveva detto di capire quanto potesse essere doloroso per l'esercito ucraino vedersi sconfitto da «trattoristi e minatori». Davvero per certa gente l'onore è un peso superfluo.

E se questa è l'atmosfera degli ultimi mesi non possiamo dimenticare che da anni ormai il paese viene soffocato tra un senso dell'orgoglio nazionale ridotto alla sola ricerca del nemico e l'invenzione di una grandezza puramente militare che è ormai arrivata a chiedere pubblicamente la riabilitazione di Stalin; qualche settimana fa uno degli uomini politici più in vista del paese è arrivato a chiedere alla Duma che l'antisovietismo fosse considerato un reato al pari della russofobia. 

Il totalitarismo di un tempo non c'è più, ma è tornato il suo cuore. Non è un caso che già ieri sera, subito dopo l'omicidio, il commento che più frequentemente correva tra gli amici russi era: sta ricominciando il grande terrore; e questa mattina qualche sito rimandava alla biografia di Sergej Kirov, l'esponente del partito comunista di Leningrado il cui omicidio nel 1934 era stato appunto il primo passo verso lo scatenamento della mattanza staliniana della seconda metà degli anni Trenta. Non si sa ancora chi veramente sia stato il mandante di quell'omicidio, e forse non fu affatto Stalin; allo stesso modo si deve ancora appurare chi sia stato il mandante dell'omicidio di ieri, ma è certo che, come allora, siamo a una svolta forse decisiva.

In cosa sperare di fronte a tanta disperata manifestazione di nichilismo? Cosa possiamo aspettarci da una situazione che ha perso ogni traccia di umanità, di onore, di senso della realtà, di amore per la libertà? Come vincere questo male?

Mentre mi facevo questa domanda, come molti in Russia si stanno facendo — e molti sono tentati di non capire più il senso e il valore della pace — improvvisamente mi sono ricordato di una cosa che in questi giorni, prima dell'omicidio, tornava frequentemente in conversazioni, discussioni con amici, commenti sulla guerra in Ucraina; era un vecchio intervento di padre Georgij Cistjakov (uno dei grandi testimoni della fede morto prematuramente di cancro qualche anno fa) che, per qualche strano disegno della Provvidenza, aveva preso a girare in rete e aveva suscitato appunto numerose riflessioni, quasi a prepararci a quanto stava avvenendo. 

Proprio non capivo perché fosse stata rispolverata una cosa tanto vecchia; adesso capisco: quell'intervento è la risposta alla nostra domanda. Per quanto sia importante combattere il male, diceva padre Georgij, il cristianesimo non vive di questa lotta, il posto centrale nell'esperienza cristiana non è occupato da Satana, ma da Dio, il cristianesimo è «definito dal cristocentrismo e non dall'inimicocentrismo», «non è una continua contrapposizione al diavolo, ma l'incontro con Dio». 


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