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DALLA RUSSIA/ Omicidio Nemcov, una svolta verso il Terrore

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Boris Nemcov (1959-2015) politico dell'opposizione a Vladimir Putin, ucciso venerdì notte a Mosca (Immagine dal web)  Boris Nemcov (1959-2015) politico dell'opposizione a Vladimir Putin, ucciso venerdì notte a Mosca (Immagine dal web)

L'altro ieri sera, nel pieno centro di Mosca, letteralmente a un centinaio di metri dalle porte del Cremlino, con quattro colpi di pistola è stato ucciso Boris Nemcov, uno dei non molti uomini dell'opposizione a Putin che potevano vantare un'esperienza politica (era stato vicepremier della Federazione Russa ai tempi di El'cin) e che ancora non erano stati fatti uscire di scena.

Boris Nemcov è stato ucciso e non si può dire che non ci si poteva attendere qualcosa di simile: dovevamo aspettarcelo. Poco più di due settimane fa, il 10 febbraio, in un'intervista a un giornale on-line, il Sobesednik, Nemcov aveva chiaramente detto di temere per la propria vita e aveva esplicitamente fatto il nome di chi lo minacciava: il presidente Putin.

Colpo da lotta politica, dirà qualcuno: indubbiamente; magari un po' sopra le righe, aggiungerà qualcun altro: due settimane fa, forse poteva sembrare così, adesso non lo è più. E allora vale la pena di fare una prima osservazione, non per la Russia (dove quello che sto per dire si è capito da un pezzo), ma per l'Occidente, per i suoi politici, per i suoi giornalisti e per la sua opinione pubblica: forse sarà il caso una volta per tutte di smettere di utilizzare l'immagine del gioco quando si parla della politica russa, sia che si parli della politica interna sia che si parli di quanto sta avvenendo al confine ucraino. In Russia non si sta giocando, non si sta giocando né un complesso gioco geopolitico, né a poker, né a scacchi: c'è gente che muore ammazzata, e muore non perché giocando a guardie e ladri qualcuno ha sostituito le pistole giocattolo con quelle vere, ma perché sta avvenendo qualcosa di tragicamente vero, di tragicamente e spietatamente violento. Così che se anche non ci fosse stato questo omicidio potevamo comunque aspettarci qualcosa di simile.

Da mesi, da più di un anno ormai, il paese viene nutrito, gonfiato fino a scoppiare, con una propaganda violenta, fatta di sospetto, inimicizia e odio: chi non la pensa come il governo è un rappresentante della «quinta colonna» e viene liquidato come «nazional-traditore». La lingua russa è diventata la lingua dell'insulto e dell'offesa, tanto meglio se formulata in termini guerreschi: l'odio si respira più dell'aria. Alimentati da questi slogan, i sostenitori di questa politica, che in occidente viene ancora scambiata come un estremo tentativo di difendere i valori cristiani, domenica scorsa sono usciti in piazza, per una manifestazione contro il Maidan, una sfilata di diverse migliaia di persone che inalberava tra gli altri un enorme striscione con la scritta «NOI NON SIAMO MaiDOWN». Cosa ci si può aspettare da gente simile?


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