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ELEZIONI SPAGNA/ Ha ancora senso parlare di voto cattolico?

Pubblicazione:domenica 1 marzo 2015

Il premier spagnolo Mariano Rajoy (Infophoto) Il premier spagnolo Mariano Rajoy (Infophoto)

Questo soggetto nuovo, il soggetto cristiano, è sempre comunitario. In Spagna è mancata un’esperienza di unità che non si esprimesse come inaccettabile integralismo. Una carenza che si completa con la mancanza di vocazione politica, clima spiritualista, scarsa strutturazione delle numerose opere sociali e un eccesso di passività che fa pensare che sia il partito e non l’iniziativa sociale a poter cambiare le cose. A tutto ciò si aggiunge il fatto che i partiti spagnoli sono quelli che gli esperti chiamano “formazioni cartellizzate”: piccole strutture, chiuse su se stesse, molto poco interessate alla propria base e molto focalizzate a ottenere la maggior parte possibile di gestione dello Stato.

In questo contesto, ha senso parlare di unità del voto cattolico se questo significa parlare di unità nella persona dell’elettore cattolico. È indispensabile, perché la fede non venga mortificata, che sia ragionevole il fare politica o il votare. Deve dimostrarsi utile per generare una maggior intelligenza o un miglior legame di quello che le ideologie offrono nel compromesso con le sfide della vita pubblica così come si mostrano ora, con le loro reali urgenze e non con agende dettate da progetti astratti.

E le grandi urgenze per la vita comune sono due. La prima è salvare il sistema costituzionale dalla minaccia del populismo. La seconda è tutelare la libertà delle opere sociali, specialmente la libertà di educazione. La situazione è cambiata molto durante questa legislatura e le nuove sfide non possono essere affrontate da un solo partito. Forse non sarebbe sbagliato, data la situazione, scegliere caso per caso, secondo le circostanze, qual è il partito più opportuno da votare.



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