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ELEZIONI SPAGNA/ Ha ancora senso parlare di voto cattolico?

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Il premier spagnolo Mariano Rajoy (Infophoto)  Il premier spagnolo Mariano Rajoy (Infophoto)

Il 2015 sarà un anno di elezioni in Spagna. Un appuntamento che vedrà la novità della scomparsa del bipartitismo dato l’exploit populista di Podemos e la crescita di altri partiti nuovi di centro come Ciudadanos. La situazione è nuova anche per il cosiddetto voto cattolico. Dopo le politiche di distruzione antropologica di Zapatero, molti cattolici si aspettavano una correzione di rotta da parte del Partito Popular, almeno su quei temi che in un’altra epoca si chiamavano diritto naturale (matrimonio omosessuale, aborto, ideologia gender). Quando era all’opposizione, infatti, il Pp aveva fatto di questi temi una bandiera, arrivando persino a presentare due ricorsi alla Corte Costituzionale.

La messa in moto e il successivo stop della riforma della legge sull’aborto ha rivelato fino a che punto la destra non si identifica più con i cosiddetti “valori non negoziabili”. E questo ha causato una sorta di spaccatura fra il piccolo gruppo di parlamentari del Pp che si dichiarano cattolici e gli altri. Ha ancora senso in questo contesto parlare di voto cattolico?

Il modo con cui si è realizzata la Transizione in Spagna ha fatto sì che il voto cattolico non si sia mai riversato su un solo partito. Persino durante gli anni di Zapatero, quando il socialismo portava avanti politiche chiaramente laiciste, il 50% degli elettori del Psoe si dichiarava praticante. Questo fenomeno ha diverse spiegazioni. Il peso del franchismo ha fatto sì che leader ecclesiali degli anni ‘70 si opponessero alla creazione di una Democrazia cristiana all’italiana. La confessionalità della dittatura appena finita e le brutte esperienze del XIX secolo raccomandavano di non seguire questa strada.

D’altro canto, il cattolicesimo delle élite economiche e politiche, che avevano reso possibile la modernizzazione del Paese, enfatizzava il dualismo tra l’esperienza religiosa e quella politica. Questa posizione, in realtà, è stata espressione dell’incapacità a risolvere un problema complesso. Il fatto che religione e politica siano due ambiti differenti non significa che la fede debba necessariamente ricorrere alle “cure” dell’ideologia o di “privatizzarsi”. La fede genera un soggetto nuovo, come ha spiegato Benedetto XVI in numerose occasioni. E senza invocare la legge divina per fare quella umana, può usare, e di fatto usa, la ragione in modo diverso, il che gli permette di fare politica in modo diverso.


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