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RISIKO/ Chi sa dov'è il Nagorno-Karabach? Eppure decide le sorti dell'Italia

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Anche l’Iran ha ultimamente fatto passi verso l’Azerbaigian, proponendosi come mediatore per la soluzione del conflitto con l’Armenia, anche qui ricordando “legami fraterni”, questa volta rappresentati dal fatto che gli azeri, come gli iraniani, sono in grande maggioranza musulmani sciiti.

Accanto a questi intrecciati legami etnico-religiosi (anche Russia e Armenia sono per questo verso accomunate dall’essere Paesi a maggioranza cristiana), vi è un altro fattore da tener ben presente e cioè che l’Azerbaigian è produttore di gas e petrolio, cosa di particolare interesse per l’Europa e l’Italia.

Dopo la cancellazione del gasdotto South Stream, itinerario alternativo a quello ucraino per il gas russo diretto in Europa, la Ue si è concentrata sul cosiddetto Southern Gas Corridor, che dovrebbe invece portare il gas azero in Europa, passando per Georgia, Turchia, Grecia fino all’Italia. L’ultimo tratto, il TAP (Trans Adriatic Pipeline), dovrebbe correre dal confine greco-turco, passando sotto l’Adriatico, fino al terminale sulla costa pugliese, dove peraltro i lavori hanno già trovato ostacoli in vari ricorsi di enti locali e ambientalisti.

Il gasdotto in questione avrebbe una portata decisamente minore a quella prevista per il South Stream, ma il gas da Baku dovrebbe arrivare in Italia per il 2020 e per quella data è molto difficile che i russi possano aver completato la loro alternativa al South Stream, il Turkish Stream. Da notare come in tutti questi casi i gasdotti passeranno dalla Turchia, che diviene il detentore di buona parte dei rubinetti del gas di cui abbisogna l’Europa.

Risulta evidente l’importanza di trovare al più presto una soluzione concordata alla questione del Nagorno Karabach ed evitare gli effetti disastrosi che avrebbe una ripresa della guerra. Si è soliti dire che le guerre si fanno per il petrolio, ma in questa guerra ci rimetterebbero tutti, produttori e consumatori di petrolio, e la speranza è che stavolta il gas possa essere un elemento di pacificazione e non il combustibile per un’altra tragedia.

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COMMENTI
25/03/2015 - Parlare del Nagorno Karabakh, ma nel modo giusto (CARLA VITES)

Questa Terra ceduta nel '22 da Stalin all'Azerbaigian nell'ottica dell'esportazione del socialismo sotto pressione di Ataturk che poi del socialismo staliniano se ne fece un baffo, è un territorio dall'economia modesta, ma ha sempre dato fastidio per il solo fatto di essere un baluardo cristiano in una zona profondamente e tradizionalmente islamica. Nell'88 al profilarsi dell'impero sovietico, un milione di persone scende in piazza a Erevan per chiedere il legittimo sganciamento del Nagorno: a Sumgait sobborgo di Baku, ventisei armeni vengono massacrati: è la guerra. Tutti i ragazzi in grado di tenere in mano un fucile correvano a battersi. Si deve certamente molto a questo entusiasmo giovanile se gli azeri superiori per uomini e mezzi sono stati sconfitti. L'Azerbaigian è un paese nel cui Parlamento non siede nemmeno un membro dell'opposizione e ha più prigionieri politici della Bielorussia nonché è classificata da Trasprency International al 143mo posto su 183 Paesi nell'Indice di corruzione. Tuttavia è una delle più grandi produttrici di petrolio al mondo. Capita così che sull'Osservatore Romano in data 2-3 Luglio 2012 venga esaltata la cospicua donazione azera per finanziare i restauri delle catacombe di santi Marcellino e Pietro sulla via Casilina a Roma. E via munificando (vedi Louvre a Parigi). In questo modo chi, nel mondo cristiano, potrà ancora sostenere i diritti dei propri fratelli nella fede? Una nota: prima dell'editto di Costantino lì già c'era una chiesa cristiana.