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RENZI DA OBAMA/ Solo una pacca sulla spalla

Pubblicazione:sabato 18 aprile 2015

Barack Obama e Matteo Renzi (Infophoto) Barack Obama e Matteo Renzi (Infophoto)

In altri termini per ora il prodotto lordo è spinto soltanto da Draghi e dal petrolio. “A tali effetti se ne possono aggiungere altri, di non facile quantificazione, qualora un aumento generalizzato dei prezzi delle attività, dovuto al riequilibrio dei portafogli, fornisca ulteriori incentivi a consumi e investimenti”, aggiunge il bollettino, però “è essenziale un consolidamento della fiducia delle famiglie”. Non solo. “Per sostenere la crescita nel medio termine e conseguire un aumento duraturo dell’occupazione è però indispensabile un rilancio del prodotto potenziale. A tale scopo è essenziale proseguire nell’azione di riforma: il miglioramento del contesto normativo e delle condizioni per investire può incidere sulla capacità delle imprese italiane di rispondere e adattarsi con successo ai cambiamenti strutturali in atto nell’economia mondiale”.

Obama si è detto impressionato dalle riforme di Renzi (soprattutto quella del mercato del lavoro perché le altre debbono essere ancora realizzate) e dalla voglia di cambiare lo status quo. Ha anche detto giustamente che le riforme strutturali sono un requisito importante, però se non c’è la crescita non troveranno mai il consenso necessario e rischiano di creare un effetto di sfiducia e di morire soffocate dallo scontento. Bene, ma come sostenere questa benedetta crescita? La spinta può venire da un flusso di capitali americani?

Obama si è impegnato a invogliare molti americani a mettersi in viaggio per l’Expo di Milano per assaggiare i vini e il cibo italiani. E non solo. Gli investimenti sono passati finora solo attraverso i fondi di investimento. Oppure si è trattato di acquisizioni, comprando aziende in crisi che oggi costano poco.

I capitali arrivano, ma per acquistare asset a buon mercato, non per investimenti diretti che creano posti di lavoro. Lo stesso, del resto, vale per gli arabi o per i cinesi. La ragione è molto seria e molto semplice: l’Italia non viene considerata un Paese in cui il capitale possa mettere a frutto i suoi spiriti animali. Il Jobs Act può essere un punto di partenza, però il cammino resta lungo, ha a che fare con il sistema giudiziario, civile e penale, con la garanzia per la proprietà (il caso Ilva insegna), con la cultura di un Paese dove prevalgono veti lobbistici e non ideologici. Ma ha a che fare con le condizioni tecnologiche delle imprese acquisite e con la loro produttività.

Il caso della Indesit acquistata dall’americana Whirlpool che Renzi aveva salutato come un grande successo sta rivelando la faccia oscura della medaglia. Nessun presidente americano può cambiare tutto ciò. Renzi, ha cominciato a fare qualcosa, ma più tempo passa più il suo sprint rallenta; la riforma elettorale e quella del Senato dimostrano che cammina sulle uova. Quanto a Obama, farà le valigie e alla fine la svolta resterà tutta nelle nostre mani.

Lo stesso messaggio è stato lanciato alla Grecia. Obama si è mostrato comprensivo, ma fermo. E dall’incontro con Tsipras nel febbraio scorso non era uscito nessun aiuto concreto. “Non si è discusso di prestiti”, ha specificato il presidente. Il governo greco deve fare le riforme, far pagare le tasse, ridurre la burocrazia, deve “provare ad aiutarsi da solo”, ha detto papale papale pur ribadendo che serve un po’ di flessibilità. Insomma, gli Stati Uniti sono comprensivi, ma la sorte della Grecia è nelle mani dei greci e degli europei. Renzi non ha fatto altro che ripetere la linea ufficiale: Atene va aiutata se rispetta gli impegni. E per non lasciare equivoci ha ricordato che l’Italia gli impegni li rispetta, “anche quelli che non ci piacciono”.


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