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Esteri

GIOVANNI LO PORTO/ Le scuse di Obama e tre domande senza "risposta"

Giovanni Lo Porto, rimasto ucciso nel gennaio scorso durante un attacco Usa (Immagine dal web)Giovanni Lo Porto, rimasto ucciso nel gennaio scorso durante un attacco Usa (Immagine dal web)

La morte non è più un evento da accettare, posto al di fuori dalla nostra portata, delle nostre decisioni. Ed allora bisogna trovarne la causa in qualcuno, magari in un altro uomo (talvolta un medico incompetente o una disgrazia che poteva essere evitata); dunque, la morte va allontanata, esorcizzandola. Prepariamoci dunque al solito e reiterato eloquio sulle cause che hanno provocato questa, sulla imprevedibilità delle circostanze. Proprio nel gennaio scorso Andrea Parisi, un caro amico anch'egli cooperante come Lo Porto, quando ancora non si avevano notizie certe della sua esistenza in vita, tentando di spiegare il perché del sequestro dichiarò: "La zona in cui abitavamo e lavoravamo era ben sorvegliata e le nostre precauzioni erano considerate preventive più che necessarie. Quindi evitavamo di muoverci da soli, di effettuare spostamenti inutili e cercavamo sempre di essere coordinati con le autorità. Mai avremmo pensato che avrebbero colpito al cuore delle nostre organizzazioni: in casa. E forse il segnale che hanno voluto lanciare è stato proprio questo". E la morte è arrivata, malgrado le giuste precauzioni.

La terza questione riguarda la famiglia e qui ci fermiamo. Si è chiusa in un giusto silenzio e speriamo che le sia risparmiata la fatica di tentare di evitare di rispondere alle domande ovvie, prima tra tutte: "Ma lei da mamma, perdonerà gli uccisori di suo figlio?". A questi genitori, amici e parenti, possiamo solo dire che aver da poco fatto memoria della morte ingiusta di Cristo ci aiuta non ad evitare la sofferenza e il dolore, ma a vivere la sofferenza e il dolore in modo più umano. Per questo pregheremo per loro.

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