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VIA CRUCIS MOSCA/ Cattolici e ortodossi, chiedere perdono insieme

Un momento della via crucis a Mosca (foto della Curia di Mosca) Un momento della via crucis a Mosca (foto della Curia di Mosca)

O al volto di Vladimir Sarab'janov, un carissimo amico, grande storico dell'arte, morto il venerdì santo a 56 anni, di cui almeno un terzo trascorsi su impalcature e trabattelli a restaurare e salvare gli affreschi delle antiche chiese a Novgorod, Pskov, Staraja Ladoga, Polock. Abbiamo lavorato insieme fino a una settimana fa a una pubblicazione sui mosaici di Santa Sofia a Kiev: un modo per riaffermare l'unità, la fraternità di due popoli nati dalla medesima conversione alla fede cristiana. Un contributo da lui scritto nel suo spirito, pacato e scevro da qualsiasi retorica ma animato dalla convinzione profonda dell'unità che l'aveva spinto, negli anni scorsi, a fare una lunga ricerca (che purtroppo non ha mai trovato un editore) sul diffuso culto, nella Rus', di san Clemente papa, e sulla sua ricchissima iconografia. Uno dei tanti «invisibili» che in tutti questi anni in cui sono vissuta in Russia sono stati la chiave dell'autentico, meraviglioso volto di questo popolo.

Di questa umanità, la Croce è la chiave di volta. «Via crucis – via cordis». Uscendo nelle strade tutt'intorno alla cattedrale (siamo in una zona periferica di Mosca, anche se non lontana dal centro), percorrendo le strade deserte nelle ore centrali del sabato, dove alle finestre nessuno si affaccia con curiosità né tanto meno espone segni di devozione, si misura tutta l'estraneità dell'uomo di oggi. I poliziotti incaricati di sorvegliare l'ordine pubblico guardano incuriositi, uno si accende una sigaretta. Mi chiedo, involontariamente: a che cosa penserà chi ci incontra, vedendoci con questa croce, con questi canti così diversi dalla tradizione ortodossa, a una setta? Lungo la via crucis, ai canti e alle preghiere tradizionali si alternano testimonianze (un padre di famiglia, una religiosa), e preghiere e brani scelti dai giovani della diocesi, che hanno lavorato con l'arcivescovo per preparare questo gesto. La preghiera di padre Grandmaison («Conservami un cuore di fanciullo, puro e limpido come acqua di sorgente...»), i brani di Péguy sulla Passione echeggiano in traduzione russa, nel vento che ci sferza impietosamente. Eppure, guardandomi intorno vedo un gran silenzio, come se oltre a me nessuno si accorgesse del vento…

«Dio, ricco di misericordia…» sono state le parole con cui Mons. Pezzi ha iniziato la meditazione finale della via crucis. Una «misericordia che è il nome stesso di Dio, che Cristo ci ha fatto scoprire come esperienza», e di cui «la croce è la chiave che ci apre la porta». Un amore senza limiti che anche oggi «sconvolge il mondo, da Stefano ai martiri della nostra epoca nel Medio Oriente, nell'Africa del Nord, in Asia, e che si manifesta nel perdono. Il lievito della testimonianza fino al martirio è l'amore: amore a Dio e agli uomini, ai fratelli della comunità come a quanti non ci amano». «Gesù, — conclude l'arcivescovo — mostraci attraverso la croce che il male non ha mai l'ultima parola, che l'ultima parola è sempre amore, misericordia e perdono».

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