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STRAGE IN KENYA/ Dietro il "terrorismo", la dialettica sterile (e complice) dell'Occidente

Pubblicazione:lunedì 6 aprile 2015

In Kenya dopo la strage (Infophoto) In Kenya dopo la strage (Infophoto)

Quanto avviene nei territori occupati dall'Isis, o è avvenuto a Garissa, sembrano rispondere più ad atti di pulizia etnica che non di terrorismo, così come i tragici eventi di Parigi ricordano da vicino le azioni dei commando in territorio nemico. Altrettanto si può dire del modo di operare di Boko Haram in Nigeria.

Può non piacerci, ma ci è stata dichiarata una guerra ad oltranza, ancor più drammatizzata dalla ripresa del secolare scontro tra le due principali anime dell'islam, quella maggioritaria sunnita e quella minoritaria sciita. Questa guerra, a sua volta, si interseca con lo scontro in atto tra le potenze regionali per il controllo del Medio Oriente, dopo quella che appare come una sostanziale ritirata dell'Occidente.

Dietro la guerra civile in Yemen tra sunniti e sciiti vi sono Arabia Saudita e Iran, concorrenti anche per il petrolio, mentre piuttosto ambigua rimane la posizione della nuova Turchia di Erdogan, che sembra sfruttare questi conflitti, come quello in Iraq, per affermarsi a  sua volta come potenza regionale, ormai svincolata dalla vecchia posizione di "baluardo orientale" della Nato. 

Di fronte a questa situazione esplosiva, Stati Uniti ed Europa  continuano ad arzigogolare attorno alle vecchie teorie sul terrorismo e a baloccarsi con giochetti ideologici sull'islam "buono" o "cattivo", sordi anche a ciò che viene detto dall'interno dello stesso mondo musulmano.



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