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STRAGE IN KENYA/ Dietro il "terrorismo", la dialettica sterile (e complice) dell'Occidente

L'eccidio in Kenya indica la decisione di una parte del mondo musulmano di condurre una guerra senza quartiere contro il mondo non musulmano, in particolare i cristiani. CALEB J. WULFF

In Kenya dopo la strage (Infophoto) In Kenya dopo la strage (Infophoto)

Il terribile eccidio di studenti cristiani in Kenia ad opera degli Shabaab è stato contraddistinto da una esplicita selezione degli studenti tra musulmani e cristiani, i primi liberati, i secondi uccisi. C'è chi ha interpretato questo fatto come il tentativo di dar maggior risalto alla nefanda impresa, perché le vittime cristiane "bucano lo schermo" più di quelle musulmane, ma sembra una tesi poco supportata dai fatti. Per Garissa non ci sono stati, infatti, cortei di centinaia di migliaia di cittadini indignati, né sfilate di politici. 

In un Occidente sempre più impegnato a eliminare ogni presenza pubblica del cristianesimo, relegandolo a residuo oscurantista da celebrare al massimo in privato, senza "disturbare il manovratore", continua a trovare resistenza il fatto che si possano condurre guerre in nome di una religione.

Per la cultura dominante, le guerre di religione appartengono a un passato cancellato dal glorioso affermarsi dei Lumi e della Rivoluzione francese, dopo i quali le guerre sono state combattute solo in nome della triade "liberté, fraternité, égalité", o della "muova e perfetta società" nazista o comunista. 

Il fatto nuovo portato dall'eccidio in Kenia è che questa volta sono stati colpiti solo ed esplicitamente i cristiani, ma è una novità apparente, basti pensare all'attacco nel 2014 a un pullman turistico, ancora in Kenya, con i cristiani costretti a leggere il Corano per poi essere uccisi, e i musulmani lasciati vivi. 

La Somalia è un Paese quasi totalmente musulmano, mentre il Kenia è a grande maggioranza cristiano e i musulmani una minoranza attorno all'11%. Difficile quindi non vedere l'elemento religioso nel tragico evento, unito certamente ad altri fattori, come quello politico. L'esercito keniota è intervenuto contro gli Shabaab in difesa del governo ufficiale e il Kenya è sotto attacco degli estremisti islamici da diversi anni, con numerosi attentati che hanno provocato centinaia di morti.

Gli autori di questi attentati vengono definiti terroristi, ma è una definizione che non aiuta a comprendere la realtà. Gli atti di terrorismo sono atti di guerra effettuati secondo regole diverse da quelle "normali", in quanto diretti non a indebolire le forze armate del nemico, ma a spargere il terrore nelle popolazioni e per questo colpiscono gli innocenti.

Questi atti non sono prerogativa di gruppi eversivi, ma sono compiuti anche dagli Stati. Si pensi ai bombardamenti a tappeto delle città italiane e tedesche durante l'ultimo periodo della seconda guerra mondiale, con l'intenzione di colpire indiscriminatamente obiettivi civili e militari. O al terrorismo di Stato dei sistemi dittatoriali.

Il terrorismo è un altro modo, più radicale, di condurre una guerra e quella di cui stiamo parlando è la guerra che una parte del mondo musulmano ha dichiarato al resto del mondo. Siamo di fronte a una ripresa letterale di un elemento tradizionale della teoria giuridica dell'islam, la divisione del mondo tra dar al-islam, la dimora dell'islam, e dar al-harb, la dimora della guerra, dove l'islam non ha ancora trionfato.