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Esteri

RISIKO/ Dall'Africa alla Corea al Giappone, tutte le "prove" di conquista della Cina

La politica espansionista della Cina, già dimostrata con “l’invasione” dell’Africa, sta provocando pericolose tensioni anche in Asia con i Paesi vicini e con gli Usa. CARL LARKY

Xi Jinping, presidente della Cina (Infophoto)Xi Jinping, presidente della Cina (Infophoto)

L’attenzione dell’Occidente per la Cina è concentrata sulla sua economia e sui riflessi, decisamente importanti, che essa ha sull’economia mondiale. Il ruolo primario ormai assunto sotto questo profilo dal “Paese di mezzo” sembra tuttavia lasciare in secondo piano altri aspetti non meno rilevanti, come quelli attinenti a una politica estera decisamente espansionistica.

Già da anni la Cina ha esteso la propria presenza in Africa, con l’apparente disinteresse dell’Occidente, come già riportato su queste pagine diversi anni fa. Secondo un articolo dell’Economist di inizio anno, anche altri Paesi non europei stanno investendo pesantemente in Africa e in particolare l’India è molto attiva. Questa competizione è facilitata dalla crescita in molti Stati africani di una netta avversione verso certi atteggiamenti spregiudicati dei cinesi.

Proprio per evitare queste reazioni, la strategia espansionistica cinese avviene all’insegna del cosiddetto “Soft Power”, ma sembra il classico guanto di velluto che nasconde il pugno di ferro, cosa di cui paiono essersi accorti anche gli Stati Uniti, minacciati nella propria posizione di leader mondiali proprio da Pechino, anche se Obama sembra aver individuato il “cattivo” nel solo Putin.

Un forte segnale in tal senso è stato dato dal successo, almeno iniziale, della AIIB, (Asia Infrastructure Investment Bank), promossa dalla Cina e a cui hanno aderito come soci fondatori 57 Paesi (ma non ancora il Giappone), nonostante la forte opposizione americana. La Cina ha proposto l’AIIB non come concorrente, bensì come fiancheggiatore di altre simili iniziative esistenti, come ad esempio la Banca Asiatica di Sviluppo, ma gli Usa la considerano una vera e propria sfida al loro progetto di area di libero commercio tra 12 Paesi dell’area, il cosiddetto TTP.

Obama sta cercando di convincere il Congresso ad accettare una procedura di urgenza che non viene vista favorevolmente da parte di molti deputati e senatori americani, che ha costretto proprio in questi giorni Obama a forzare la mano affermando che, se il TTP non viene varato rapidamente, la Cina avrà mano libera nell’area del Pacifico e gli Usa ne rimarranno fuori.

Tornando all’Africa, le imprese cinesi che vi operano e investono non sono certamente tutte statali, ma non è difficile pensare che anche le aziende nominalmente private rispondano pienamente agli interessi del sistema-paese cinese, cioè del governo. La stessa cosa si può dire dei cinesi che risiedono per lavoro o affari in Africa, stimati in circa un milione. Queste presenze in un continente ricco ma travagliato come quello africano dovrebbero dare molto da pensare.

Particolare preoccupazione hanno suscitato voci su una possibile entrata della Cina nel porto di Walvis Bay, in Namibia, in accordo con la strategia di Pechino di investire nelle infrastrutture portuali. La particolare preoccupazione deriva dal fatto che questa volta gli accordi potrebbero interessare anche la marina militare, trasformando una tradizionale base della marina britannica in una coabitazione con i cinesi, che potrebbero così controllare le rotte atlantiche.