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EUROPA E RUSSIA/ Rompere il muro delle sanzioni per "liberare" l'Eurasia

Pubblicazione:giovedì 28 maggio 2015

Antonio Fallico, Presidente Banca Intesa Russia Antonio Fallico, Presidente Banca Intesa Russia

Nella sua conclusione il presidente Fallico ha toccato il vero nodo della questione: «ci sono ben 700 imprese italiane che operano direttamente nell'area euroasiatica che seguono con interesse l'evolversi di grandi progetti – come l'accordo siglato con la Cina sulla cosiddetta "Via della seta". C'è un grande fermento espresso da questa nuova Unione che oggi l'Italia fatica ad intercettare, e la causa è tutta da imputare alle attuali tensioni geopolitiche che fanno pensare ad un nuova Guerra Fredda che danneggia sicuramente più noi che loro». Una posizione questa a più volte ripresa nel corso del Seminario nei suoi vari interventi, inclusi quelli importanti dei vari ambasciatori dell'area filorussa presenti in Italia. «Non si può più attendere tranquillamente una soluzione politica, è troppo urgente che il regime sanzionatorio nei confronti della Russia venga ripensato», afferma Francesco Gianni (Senior partner dello Studio legale Gianni Origoni Grippo Cappelli e Partners). L'Italia ancora ad oggi, nello specifico, è il secondo fornitore europeo dopo la Germania, grazie alle esportazioni di macchinari e apparecchi elettrici ed elettronici (40%), prodotti dell'abbigliamento (20%), prodotti agricoli-alimentari (6,2%), sempre secondo i dati Istat. Tra le aziende più note presenti e operanti nell'area dell'UEE (che nel 2013 arrivavano a sommare circa 7,3 mld di euro di fatturato) i nomi sono altisonanti: dall'Eni a Pirelli, da Ansaldo Energia a Italcementi, dalla Parmalat a De Cecco, e poi Calzedonia, Fendi, Ferragamo, Prada, Valentino e Benetton. Sono investimenti ingenti ed importanti di aziende, per non citare le piccole e medie imprese operanti anch'esse in quell'area, che non possono stare a guardare ancora per molto: la soluzione politica urge e la domanda vera è se l'Unione Europea e l'Italia saranno in grado di partecipare ad un mercato che si sposta progressivamente verso altre regioni del Mondo. In questo senso va recuperato e non perduto tutto quanto l'asse Roma-Mosca ha costruito nell'ultimo decennio, come ha ben ricordato Pierluigi Monceri (Direttore Regionale Toscana, Umbria, Lazio e Sardegna di Intesa San Paolo) nel suo intervento. «Il 6,3% della crescita delle esportazioni italiane nel periodo 2000-2013 è legato al flusso verso la Russia; crescita che si è poi rafforzata grazie agli investimenti diretti bidirezionali tra imprese russe e italiane». Il problema evidenziato da molti relatori è che in concomitanza con le tensioni ucraine si è svalutata la moneta, è crollato il prezzo del petrolio e l'interscambio Italia-Russia ne ha risentito. Una speranza concreta viene però presentata da Monceri nelle sue conclusioni, «con la ripresa della domanda russa nel medio termine, dovrebbe favorire nuovi investimenti soprattutto dei produttori italiani di beni di consumo (casa, moda), già ora molto presente nel paese; inoltre, vi sono buone prospettive anche per i produttori di beni di investimento, in particolare se la crisi attuale stimolerà, come auspicato dalle autorità russe, una diversificazione dell'economia». 

Preoccupazione dunque, ma anche elementi da cui ripartire sono il frutto di questo seminario romano che si auspica di non rimanere una voce solitaria ma di mettere a frutto le proposte fatte. Come sostiene da tempo Fallico, l'Unione Euroasiatica per Italia e UE non deve essere solo un mercato di scambio, ma un partner strategico per la stabilità politica ed economica internazionale. E di questo, vi è un'urgenza capitale.



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