BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

TURCHIA/ La "sconfitta" di Erdogan? Ecco cosa cambia

Pubblicazione:martedì 9 giugno 2015 - Ultimo aggiornamento:martedì 9 giugno 2015, 11.29

Selahattin Demirtas (Immagine dal web) Selahattin Demirtas (Immagine dal web)

In altre parole, il pragmatismo turco sembrava un capolavoro di strategia: il maggiore attivismo in politica estera, e soprattutto nelle questioni mediorientali, aveva sicuramente accresciuto l'influenza turca nella regione e poi, con le primavere arabe, Erdogan aveva addirittura intravisto la possibilità per la Turchia di ottenere il ruolo di "Paese guida" nello spazio ex ottomano. Un modello perfetto sulla carta che però ha lentamente rivelato le sue falle. Il sogno infranto delle migliaia di giovani di Gezi Park e la caduta dei partiti islamici nelle post primavere arabe di Egitto e Tunisia hanno piano piano rivelato al mondo il vero volto di un Paese ben lontano dall'immagine dell'isola felice ostentata dal presidente e da allora la Turchia del sultano ha sempre più virato verso la deriva di una dittatura islamica: arresti di massa di giornalisti e intellettuali, costanti violazioni delle più elementari regole democratiche, limitazioni arbitrarie alla libertà di stampa, hanno mostrato il volto nuovo di Ankara. 

Erdogan sperava forse che tutto ciò non avrebbe avuto conseguenze? E' possibile. E, d'altra parte, è tipico di ogni leader maximo credere in maniera miope al mito della propria invincibilità (solo nell'area mediterranea ce lo hanno insegnato Gheddafi, Mubarak e Ben Ali)! Fatto sta che Demirtas, quarantaduenne avvocato curdo, grande oratore, promotore di un linguaggio nuovo vicino a quello dei giovani di piazza Taksim, e che ha basato la sua campagna elettorale, tra le altre cose, su una dialettica di totale opposizione al governo in carica (e probabilmente anche per questo è stato votato da un numero così importante di turchi) ha fatto un vero e proprio sgambetto all'ex primo ministro.

Infine per quel concerne, in più ampia prospettiva, i possibili riflessi dei risultati elettorali rispetto ai vicini regionali e con i Paesi core dell'area mediterranea, va menzionato come la politica estera di Ankara sia stata negli ultimi tempi piuttosto ambigua, soprattutto per quel che riguarda i rapporti con il califfato islamico e con le fazioni islamiste in Libia. Nel primo caso la politica estera turca si è mossa con una certa fumosità tra la necessità di rispondere agli appelli della comunità internazionale ad assumere una chiara posizione contro i boia dello stato islamico e lo spettro della possibile formazione di uno Stato curdo tra Turchia, Siria e Iraq. E' per questo motivo che il presidente turco ha negato ogni supporto ai ribelli curdi anti-Assad. Come dimenticare quando, durante i tragici giorni dell'assedio di Kobane da parte delle milizie dello stato islamico, pur di non portare acqua al mulino del suo nemico siriano, Erdogan ordinò alle Forze armate turche di non entrare in azione a sostegno dei peshmerga curdi, nonostante a pochi chilometri di distanza dai confini turchi si stesse consumando una vera e propria mattanza? 


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >