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TURCHIA/ La "sconfitta" di Erdogan? Ecco cosa cambia

Pubblicazione:martedì 9 giugno 2015 - Ultimo aggiornamento:martedì 9 giugno 2015, 11.29

Selahattin Demirtas (Immagine dal web) Selahattin Demirtas (Immagine dal web)

Comunque si voglia interpretare il risultato delle elezioni parlamentari che si sono svolte domenica in Turchia, è indubbio che il Paese sembra potersi avviare verso una nuova era. Il partito Akp del presidente Erdogan, saldamente alla guida della Turchia da 13 anni, ha ottenuto "solo" il 40,8% delle preferenze (contro il 50% delle politiche del 2011). Come sottolineato pressoché all'unanimità dagli analisti, la vera novità di questa tornata elettorale è il partito curdo Hdp di Selahattin Demirtas, fondato nel 2014, che ha raggiunto il 13% delle preferenze, superando l'alta soglia di sbarramento del 10%.

E' questo un risultato che si presta a molte considerazioni sul futuro del Paese e, in più ampia prospettiva, sugli equilibri dello scacchiere geopolitico mediorientale in cui la Turchia ha svolto fin dai tempi dell'impero ottomano un ruolo primario di player regionale.

Il voto di domenica potrebbe avere importanti conseguenze sia all'interno dello Stato turco, sia nei complessi equilibri che in questo momento stanno interessando le aree confinanti che, giova ricordalo, sono la Siria, l'Iraq e l'Iran, paesi, oggi come non mai, al centro del risiko internazionale.

In primo luogo, per quanto riguarda gli equilibri interni, il risultato poco brillante del partito di Erdogan è tanto più emblematico se si considera che l'ex primo ministro si era posto l'ambizioso obiettivo di superare il 60% dei consensi in modo da poter indire un referendum per attribuire alla presidenza — quindi a se stesso — il potere esecutivo, trasformando, di fatto, la Turchia in una Repubblica presidenziale. Il popolo turco, che forse anche per questo è accorso in massa ai seggi elettorali (con una percentuale che ha sfiorato il 90% degli aventi diritto) ha dunque in parte abbandonato il suo leader, allontanandolo dall'ambiziosa velleità di divenire una sorta di "nuovo faraone", nel suo panturanico disegno di neo-ottomanesimo. 

E se da un lato è vero che Erdogan potrà comunque raggiungere il suo obiettivo percorrendo la strada secondaria dell'alleanza con i nazionalisti di Devlet Bahceli, che hanno raggiunto la quota del 16% (con 86 seggi), dall'altro è pur vero che non potrà più autoproclamarsi "l'uomo indiscusso della Turchia contemporanea". 

Inutile usare troppi giri di parole: comunque vada, anche se riuscirà "per il rotto della cuffia" a raggiungere, con una coalizione, la maggioranza necessaria per portare a termine il suo disegno, Erdogan questa volta ha perso. Non ha perso solo un uomo che per anni si era fregiato di dare del "suo" Paese l'immagine di un'isola felice nel prisma "sconquassato" delle primavere arabe, ma anche un modello, quel "modello turco" a cui i Paesi della primavera araba avevano spesso fatto riferimento. Un modello che sembrava, o si sforzava di sembrare, la perfetta unione del rispetto delle prassi democratiche con i principi dell'islam. Un modello perfetto, capace di dialogare con i vicini regionali attraverso la realpolitik della profondità strategica e dello "zero problemi con i vicini" del suo ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ma capace al contempo di tenere aperta, seppure con qualche difficoltà, la porta europea. 


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