BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

ATTENTATO AL CAIRO/ Micalessin: l'Isis vuole rompere l'asse Renzi-Al Sisi in Libia

Il luogo dell'attentato (Infophoto) Il luogo dell'attentato (Infophoto)

Da mesi l’Italia riceve apertamente minacce dal califfato, e dunque nascondere la testa sotto la sabbia è deleterio. E’ meglio acquisire la consapevolezza del pericolo ed essere pronti ad agire e a fermare l’avanzata di un califfato che è soltanto a 400 chilometri dalle nostre coste. Attraverso la Libia, Al-Baghdadi minaccia la stabilità di Tunisia ed Egitto. Ma soprattutto se non fermeremo l’instabilità della Libia non metteremo mai fine ai flussi migratori che arrivano nel nostro Paese.

 

Gli Stati Uniti sembrano del tutto disinteressati a questi scenari. Che cosa possiamo fare da soli?

Se non facciamo nulla resteremo sommersi. Dobbiamo giocoforza occuparcene, perché la frontiera tra noi e il califfato è separata da un braccio di mare. Siamo il primo Stato europeo i cui confini toccano quelli di un Paese interessato direttamente dalla presenza del califfato. Senza dimenticare che la Libia è la nostra ex colonia e lo “scrigno” dei nostri interessi strategici.

 

L’Isis è in grado di trasformare la Libia in un altro Iraq?

Sì. Oggi l’Isis in Libia controlla Derna, dove pure è impegnato in duri scontri con altre fazioni jihadiste. Domina inoltre su Sirte e sui territori circostanti e ha sconfitto le milizie di Misurata che tentavano di bloccare la sua avanzata verso Ovest. Le milizie di Misurata, che a febbraio avevano circondato Sirte, qualche mese più tardi sono state messe in rotta in quanto la coalizione islamista di Tripoli non aveva fornito sufficiente sostegno in termini di armi. Il califfato in Libia è dunque in piena espansione. La sua strategia consiste nel crescere per aggregazione, inglobando i gruppi più piccoli e meno forti. E’ dunque la vera forza emergente della Libia, e se aspetteremo ancora a fronteggiarlo assisteremo agli stessi scenari di Iraq e Siria.

 

Nel frattempo l’Isis è sempre più forte anche nel Sinai, a Est dell’Egitto. Come si spiega questa evoluzione?

Dopo il colpo di Stato egiziano del 3 luglio 2013, è stata avviata una pesante politica di repressione nei confronti dei Fratelli musulmani con migliaia di arresti e decine di condanne a morte. Ciò ha spinto alla progressiva marginalizzazione ampi strati dei gruppi legati ai Fratelli musulmani. Molti sono fuggiti nel Sinai, dove esisteva già una componente islamista che operava fin dal 2005. Inizialmente era un terrorismo molto legato ai beduini che si sentivano emarginati dal grande business. Nel momento in cui le loro istanze si sono saldate a quelle dei Fratelli musulmani, uno dei gruppi principali ha dichiarato fedeltà allo stato islamico, e oggi dunque nel Sinai sventola la bandiera del califfato.

 

(Pietro Vernizzi)

© Riproduzione Riservata.