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DALLA GRECIA/ Ecco i costi dell'accordo per Atene (e Tsipras)

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La base da cui partirà questa Grecia P.R. sono i 251 voti a favore e i 32 voti "syrizei" voti contro. I due numeri diranno quale sarà l'evoluzione del quadro politico. Ma difficilmente si andrà alle elezioni anticipate, forse se ne parlerà quando i primi numeri diranno che la cura sta avendo i suoi primi effetti positivi. Tsipras non si può permettere il lusso di sfasciare ulteriormente il corpo sociale. Tantomeno ha in cassa un centinaio di milioni per le spese elettorali. E poi il 38% di intenzioni di voto per Syriza, dato di cinque giorni fa, non è più corrispondente alla realtà, dopo la defezione dei 32 suoi parlamentari. Magari ci sarà un radicale rimpasto, oppure nascerà un governo "di scopo". 

Finalmente, Tsipras ha capito, a forza di schiaffi e umiliazioni, che tutte le forze politiche - a esclusione delle ali estreme - devono concorrere alla soluzione della crisi. Quando vinse Jorgos Papandreou, primo ministro per diritto di famiglia, nel 2009 il suo avversario si comportò, si parla di Nea Democratia con a capo Antonis Samaras, come se la colpa del debito della Grecia fosse da imputare allo stesso Papandreou, quando il debito il primo ministro socialista lo aveva ereditato dal governo precedente di Nea Democratia, retto da un molle Kostas Karamanlis - anche lui primo ministro per diritto di famiglia -, con l'assenso dello stesso Samaras e  anche di Panos Kammenos, oggi alleato di Tsipras. Se si fa un salto nel passato, Karamalis ereditò la crisi dal socialista Costas Simitis, l'ultimo rappresentate di quel pensiero "social-demagogico", confezionato dal vecchio Andreas Papandreou, che ha calcato la scena dal 1981 al 2004. 

Pur di combattere il governo socialista, Antonis Samaras si "inventò" due programmi economici alternativi di rinascita economica che non si reggevano sulla realtà dei numeri. Fece un gran baccano, vinse le elezioni nel 2012 con la promessa "Via il memorandum". Poi qualche berlinese gli fece cambiare idea. Lo stesso sbaglio lo ha fatto Tsipras, in campagna elettorale. Ha esagerato nelle promesse pur sapendo che le elezioni le avrebbe comunque vinte. Ora il primo ministro ha capito che la crisi è della Grecia, e che è il Paese a dover essere salvato da una catastrofe.

Almeno Alexis Tsipras ha ottenuto una vittoria: come ha sempre chiesto, il problema ellenico è stato risolto con una decisione politica europea. Ritorna vincitore? Ci sono molti dubbi. Delle sue serie intenzioni ha convinto il "gigante" europeo, adesso lo aspettano i "nani" del suo partito, i ministri del "no", i dissidenti del "sì ma non posso", e un temibile avversario: la Presidente del Parlamento che ha votato "presente" nella votazione sul mandato a trattare l'accordo. Lei ha già fatto sapere che non si dimetterà, e sicuramente applicherà il regolamento parlamentare per sabotare l'azione di governo. Sfiduciarla? Non è una decisione immediata. Stando al regolamento la richiesta di sfiducia prevede un dibattito di tre giorni. Ore preziose che Tsipras non può permettersi di sprecare. Duello rimandato. 

Il direttore di un quotidiano avrebbe dovuto partire oggi per accompagnare un ministro nella sua missione in alcuni Paesi balcanici. Preferisce restare ad Atene. "Tha ghinis tis putanes!", ha affermato. È un'espressione colorita per dire che nei prossimi giorni potrebbe succedere di tutto. Anche episodi violenti che infiammerebbero il centro città. Domenica sera, durante l'euro-summit, un migliaio di anarchici - manganello e cappuccio d'ordinanza - hanno occupato Piazza Sintagma. Sono stati tranquilli, ma si sono dati appuntamento per mercoledì, quando il Parlamento dovrà votare le prime misure.



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