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NUCLEARE/ Iran contro Isis, così cambiano gli "alleati"

Bashar al Assad (Infophoto) Bashar al Assad (Infophoto)

Da qui, dunque, questo storico "rovesciamento di prospettiva" in cui lo Stato canaglia per eccellenza — il simbolo dell'asse del Male — assume nuovamente a pieno titolo il suo ruolo di grande potenza regionale e torna nel novero degli attori legittimi e riconosciuti dalla comunità internazionale. 

Si tratta di un disgelo nei rapporti con l'occidente che inevitabilmente è destinato a ridisegnare gli equilibri di potere regionali, con buona pace degli altri player dell'area che, da questa partita, come si è detto, escono più o meno sconfitti.

Ad iniziare dall'Arabia Saudita, indiscusso leader della galassia sunnita, e fin qui alleato degli Stati Uniti, che non hai mai celato di temere l'ascesa dell'Iran e il rafforzamento della mezzaluna sciita; prospettiva decisamente peggiore, per Riyad, dell'affermazione dello stato islamico di Abu Bakr al-Baghdadi. E' questa una delle ragioni che ha spinto la potenza saudita, seguita da altre monarchie del Golfo, a sostenere i ribelli — e gli jihadisti — disposti a rovesciare il regime alawita di Assad. Strategia che, inutile negarlo, ha agevolato l'ascesa dello stato islamico nella regione. Non è facile dire ora quali potrebbero essere le reazioni saudite ma, senza necessariamente voler preconizzare la tanto temuta corsa agli armamenti, è plausibile prevedere una politica maggiormente svincolata dall'asse con Washington e più propensa a nuove alleanze all'interno degli equilibri regionali che via via si struttureranno nell'area. 

Da questo punto di vista, volendo partire dall'assunto, se vogliamo del minimo comun denominatore, che "il nemico del mio nemico è mio amico", la potenza saudita potrebbe trovare ottimi alleati, a partire da Israele, il vero grande sconfitto di questa partita che, probabilmente, tra le proprie opzioni strategiche ha ben valutato anche quella di rafforzare la coesione con i paesi sunniti, dando vita a un blocco anti-Iran.

Meno chiaro potrebbe essere invece il ruolo di altri importanti attori, ad iniziare dall'Egitto, che sin dalla rivoluzione khomeinista ha guardato all'Iran degli Ayatollah con grande sospetto. Un atteggiamento generalmente ostile che si è palesato anche nel suo rifiuto per il programma nucleare iraniano. Ora, se è vero che, al momento, da parte egiziana ha prevalso un certo pragmatismo — tanto che il ministro del Esteri ha commentato l'accordo come una speranza per il disarmo nella regione — nulla garantisce che le posizioni egiziane restino le stesse, vista anche la fluidità interna al Paese e il ruolo che la Fratellanza, seppure indebolita, continua ad esercitare in Egitto e negli Stati vicini.

Infine, una nota a parte merita la Turchia, che ha visto crescere esponenzialmente gli interessi economici verso l'Iran nell'ultimo decennio, specie da quando si è eclissata la prospettiva di entrare nell'Unione Europea. Se da un lato Erdogan spera che il nuovo accordo possa sbloccare gli investimenti e favorire il commercio tra i due paesi, dall'altro non nasconde il proprio disappunto nei confronti delle politica iraniana nello Yemen e soprattutto in Siria.