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Esteri

NUCLEARE/ Iran contro Isis, così cambiano gli "alleati"

L'accordo sul programma nucleare iraniano raggiunto martedì scorso a Vienna ha segnato una linea netta tra vincitori e vinti. Quali le conseguenze nell'area? MICHELA MERCURI

Bashar al Assad (Infophoto)Bashar al Assad (Infophoto)

Comunque si voglia interpretare l'articolato accordo sul programma nucleare iraniano,  scaturito dal tavolo negoziale di Vienna dello scorso martedì, non c'è dubbio che si tratti di un evento di portata storica e non solo per i contenuti dell'intesa — in base alla quale, in breve, le sanzioni imposte da Stati Uniti, Unione Europea e Nazioni Unite saranno eliminate a partire dal 2016 in cambio di un freno ai programmi nucleari di Teheran — ma anche e soprattutto per le conseguenze che questa potrebbe avere nel frammentato e labile sistema degli equilibri regionali in Medio Oriente.

Basta scorrere velocemente le dichiarazioni a caldo dei leader dei paesi più o meno direttamente coinvolti per capire che questo accordo è destinato a stravolgere la mappa del potere e delle alleanze nello scacchiere regionale e, in più ampia prospettiva, nell'intero sistema internazionale. Se per Federica Mogherini ora il mondo è "più sicuro" e per Vladimir Putin possiamo tirare "un sospiro di sollievo", per il premier israeliano Netanyahu, invece, il mondo "è molto più pericoloso". Insomma, appare evidente come la partita di Vienna abbia segnato una netta linea tra vincitori e vinti. 

Da qui è necessario partire per comprendere le possibili conseguenze che l'accordo potrebbe avere nel complesso prisma degli attori che compongono lo scenario mediorientale post primavere arabe. Uno scenario, giova ricordarlo, estremamente instabile e frammentato su cui è bene soffermarsi prima di valutare le possibili opzioni future. Stiamo assistendo, infatti, ad un processo di ristrutturazione della mappa del Medio Oriente che è sotto gli occhi di tutti. La Siria, paese in cui la minoranza alawita ha regnato a lungo reprimendo la maggioranza sunnita, è impantanata in una guerra civile; la Libia, dopo 42 anni di potere indiscusso del suo "leader maximo", è ora una terra di nessuno, divisa in una miriade di tribù, due governi e la costante presenza delle milizie affiliate al califfato; l'Iraq, dove sunniti, sciiti e curdi hanno convissuto sotto il giogo della dittatura di Saddam Hussein, è un paese smembrato, teatro di scontri tra i boia dell'Is — e altre milizie sunnite — e gruppi sciiti, in cui la debolezza delle strutture statali centrali ha contribuito a rendere la situazione totalmente fuori controllo. L'Egitto, storico paese pivot dell'area, è quasi sull'orlo di una guerra civile interna.

In questa situazione a dir poco "fluida", in cui la comunità internazionale è sembrata, per lo meno fin qui, brancolare nel buio, si è presumibilmente avvertita la necessità di un "nuovo" attore regionale forte, capace di porsi come un chiaro interlocutore per l'occidente specie su alcuni scacchieri particolarmente critici, come quello siriano, ma soprattutto in Iraq, roccaforte delle principali organizzazioni terroristiche e hub di addestramento ed esportazione dei combattenti dello stato islamico. 

In questo contesto, forse proprio l'Iran — baluardo sciita in Medio Oriente — potrebbe esser sembrato alle potenze occidentali la chiave di volta per tentare di arginare il fondamentalismo sunnita del califfato e degli altri gruppi jihadisti e ristabilire almeno un barlume di governabilità nell'area.