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GEOPOLITICA/ I nuovi "guai" creati da Obama

CARL LARKY analizza le ultime decisioni di Obama in politica estera, che appaiono condizionate dalla prossima scadenza del mandato e, rispondendo ad alcuni problemi, ne aprono però di nuovi

Barack Obama (Infophoto) Barack Obama (Infophoto)

Una delle maggiori critiche fatte a Barack Obama è la mancanza di una politica estera efficace che ha caratterizzato i suoi due mandati. A poco più di un anno dalla sua scadenza come presidente, Obama sembra deciso a recuperare terreno, se non altro per cercare di rispettare almeno in parte le speranze suscitate dalla sua elezione nel 2008, che gli avvalsero perfino un affrettato Nobel per la Pace. Inoltre, l'insoddisfacente politica estera della sua Amministrazione è un'arma in mano ai Repubblicani nelle incerte prossime elezioni. 

In questa luce vanno viste le due mosse compiute da Obama nell'intricato scenario mediorientale: la conclusione dell'accordo sul nucleare iraniano e il più recente accordo con la Turchia per l'intervento in Siria contro l'Isis. Quest'ultimo può essere considerato una ripresa della storica alleanza tra Usa e Turchia, un po' raffreddatasi dopo che ad Ankara un governo di stampo confessionale ha sostituito il precedente dichiaratamente laico. L'accordo con la Teheran degli ayatollah, sia pure in fase ancora iniziale, rappresenta invece un drastico cambiamento di politica. Non si può certo parlare di rovesciamento delle alleanze, Khamenei si è affrettato a ridefinire gli Usa il "Grande satana", ma è significativa la forte preoccupazione e opposizione di due alleati tradizionali come Israele e Arabia Saudita.

I rapporti con Israele si sono molto raffreddati nei due mandati di Obama, anche per la progressiva radicalizzazione del governo israeliano, e l'Arabia Saudita ha iniziato un guerra del petrolio il cui principale obiettivo sono proprio gli Stati Uniti e il loro petrolio di scisto. Turchia e Iran possono anche marciare tatticamente di conserva, per esempio nello spartirsi le aree di influenza in Siria o nel contrastare l'Isis, ma è difficile ipotizzare un'alleanza strategica tra i due Stati, tanto più se Erdogan volesse veramente rifarsi alle modalità di controllo della regione proprie del passato Impero ottomano.

L'intervento turco in Siria può rappresentare un grave colpo per l'Isis, ma il principale interesse immediato di Ankara sembra essere la ripresa della lotta contro i curdi, riaprendo così un altro gravissimo problema. Erdogan sostiene che l'obbiettivo è solo il marxista PKK, ma questa organizzazione sta combattendo a fianco degli altri curdi siriani e iracheni contro l'Isis e sarà molto difficile per i turchi fare operazioni "chirurgiche". Tutto ciò rischia di aggravare la già difficile situazione dell'Iraq e configurarsi come un pesante smacco per Obama.

Le ultime iniziative indicano una notevole retromarcia di Obama rispetto alle posizioni, mantenute fino a tempi recenti, di "crociata" contro i dittatori in nome di una difesa, un po' ideologica, della democrazia. L'appoggio dato a Francia e Regno Unito per abbattere Gheddafi ha gettato la Libia nel caos e in Siria Obama non solo non è riuscito a far cacciare Assad, ma è costretto ad accettarlo come cobelligerante contro l'Isis. La coalizione contro il regime di Damasco ha prodotto il califfato e le formazioni ribelli addestrate dagli americani sono sotto continuo attacco di Isis e di al Nusra, collegata ad al Qaeda. Da qui la necessità dell'intervento turco, pur con gli altri problemi che sta provocando.