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DALLA GRECIA/ La "disputa" interna costata il posto a Varoufakis

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Yanis Varoufakis (Infophoto)  Yanis Varoufakis (Infophoto)

La seconda conseguenza concreta del risultato sono state le tardive dimissioni del Presidente ed ex primo ministro Antonis Samaras. Era un gesto che doveva fare sei mesi fa, il giorno dopo la sconfitta del 25 gennaio. Era rimasto al timone pensando che il governo di sinistra sarebbe stata una solo una “parentesi” e che il popolo lo avrebbe richiamato dall’esilio. Questo gesto - Tsipras e Kammenos  non si sarebbero mai seduti allo stesso tavolo con Samaras -  ha aperto la strada alla convocazione ieri, da parte del Presidente della Repubblica,  dei leader di tutti i partiti (neo-nazisti esclusi) per discutere del futuro del Paese. Finalmente dopo cinque anni inizia il dialogo “patriottico”, noi diremmo di “salvezza nazionale”. I leader, a esclusione del comunista, hanno firmato un documento comune in cui si afferma che la proposta che Tsipras porta oggi al vertice di Bruxelles ha il sostegno di tutti i partiti, e si ribadisce la volontà della Grecia di restare nell’euro.

I “no” sono un “sì” a Tsipras, perché in filigrana, nonostante la domanda ufficiale fosse sfocata e truffaldina, la domanda sostanziale di Tsipras cui i greci dovevano rispondere era: mi  date la forza per strappare condizioni migliori?  Ha trionfato il fronte del No. Si potrebbe scomporre il dato in più sezioni. Quelli che hanno votatono.no.no, cioè coloro che sono contro l’accordo, contro l’austerità e contro il ricatto europeo, quelli che hanno votatono.no, cioè coloro che sono contro l’accordo e contro l’austerità, quelli che hanno votato no.sì, cioè coloro che sono contro l’accordo ma a favore della ripresa della trattativa, e i no.basta, cioè coloro che hanno votato contro la vecchia “casta” politica che nei giorni scorsi, con la sua presenza, ha infastidito,  e a ragione, non pochi elettori, e contro tutte quelle dichiarazioni dei leader stranieri che si sono schierati per il “sì”, preannunciando infausti giorni per il Paese. Una bella lezione è stata data loro: i greci hanno risposto invitandoli a pensare ai fatti di casa propria e non ai fatti della Grecia.

D’altra parte, a dispetto di tanti economisti e commentatori che proiettano Atene su Bruxelles, il referendum era un disputa tutta interna alla Grecia. Il diritto di esprimersi liberamente sul proprio futuro era represso dal 2011, quando Papandreou lanciò l’ipotesi del referendum. Venne convocato a Cannes da Merkel e Sarkozy. Venne bacchettato e ritornò ad Atene con le pive nel sacco, tradito anche dal suo ministro dell’Economia, Evangelos Venizelos. Alexis Tsipras ha sbagliato soltanto nella scelta della data. Pagherà questo errore strategico? Se Atene ha indicato all’Europa un nuovo percorso, lo sapremo presto.

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