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ELEZIONI USA/ Arriva Donald Trump, il "nemico interno" del politically correct

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Donald Trump durante il dibattito di Cleveland  Donald Trump durante il dibattito di Cleveland

A Wallace Trump ha invece ribattuto con un postulato profondo della civiltà giuridica e forse della civiltà americana tout court: negli Usa un uomo d'affari che fallisce non commette un reato; e il "Chapter 11" è una norma che vale per tutti i cittadini e per tutte le imprese americane. Anche in questo caso un (casuale) telespettatore italiano non ha potuto non rammentare gli infiniti scambi di bordate fra il Cavaliere da un lato e magistrati, politici e giornalisti giustizialisti dall'altro. Berlusconi: l'immobiliarista della Grande Milano che l'intellighenzia milanese - i giornali e le banche, la politica istituzionalizzata, sia progressista che moderata o conservatrice - non hanno mai tollerato e accettato. Ma questo non gli ha impedito di vincere tre volte e mezzo le elezioni: facendo puntualmente leva sui conflitti d'interesse (finanziari, politici, professionali, culturali, mentali) degli altri. Conquistando un'elettorato dove - per ora, in Italia come negli Usa - i voti si contano e non si pesano. 

Per chi voterà fra quattordici mesi la Silicon Valley maschilista? E siamo certi che gli americani afro (Trump direbbe ancora "neri") - sempre sotto tiro del poliziotto più vicino - non possano apprezzare un candidato per il quale se a uno scappa un insulto non è che va subito arrestato? Sono semplici domanda, fra tante: non certo semi-previsioni tendenziose. Queste annotazioni postume sul debate non sono un giudizio e non vogliono abbozzarne. Ma una settimana fa avrebbero dato più spazio alla buona performance di Marco Rubio - il senatore del Sud candidato quotato da tempo come primo ispanico della Casa Bianca - e all'unico neo (una reticenza "centrista" sull'aborto). Oppure avrebbero segnalato la parziale delusione per Chris Christie, tosto governatore del New Jersey: sull'altra riva del fiume Hudson, in faccia a Manhattan. Una settimana dopo non se ne ricorda più nessuno. E' solo e sempre di più "Trump contro tutti". E non è più baraccone, anche se continua un po' a sembrarlo.

Può darsi che già prima che la partita cominci per davvero - in febbraio in Iowa - o comunque entro il primo martedì del novembre 2016, Trump venga venga fatto a pezzi da media (newyorkesi) o magari da qualche collega attorney di Megyn-la-Bionda in servizio pubblico presso distretti o procure di Stato (Cuomo ha guidato quella di New York prima di diventare governatore...). Oppure può accadere che provino a distruggerlo prima i repubblicani stessi, già apertamente minacciati da Trump di una candidatura indipendente che potrebbe favorire Hillary Clinton (ma sarebbe poi davvero così? E poi anche Hillary sembra già stata messa sulla griglia dei suoi stessi colleghi di partito). Di certo contro il macho Trump non sarà sufficiente sventolare una scappatella politicamente scorretta con una segretaria-bimbo: quelle bastavano, nel ventesimo secolo, per far fuori qualche debole e compito candidato democratico. Per tener buone non le donne adulte, libere elettrici in democrazia, ma le professioniste dell'ormai vecchio femminismo politically correct


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