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Esteri

ELEZIONI USA/ Arriva Donald Trump, il "nemico interno" del politically correct

Dietro il rude anti-femminismo di Trump un messaggio forte: c'è un'America stanca dell'ideologia politically correct e della continuità Bush-Clinton. GIANNI CREDIT

Donald Trump durante il dibattito di ClevelandDonald Trump durante il dibattito di Cleveland

Il vostro cronista si è goduto anche lui in diretta "Trump contro tutti", il confronto tv fra i candidati alle primarie repubblicane per le presidenziali 2016. E forse questo spillo avrebbe potuto essere inviato al sussidiario via fuso orario già la mattina di venerdì 7. Ma sarebbe stato inevitabilmente centrato su "chi ha vinto/chi ha perso", oppure pieno di colore superficiale sull'istrionesco protagonista. Solo con il passare dei giorni - e con i suoi seguiti e ricadute - il debate è divenuto un istantaneo "evento da annale", da approfondire oltre la cronaca. E si è pure fatto spazio sulle prime pagine dei media italiani: non per caso e non solo riempiendo il vuoto del mezzo agosto.

L'esito, per la verità, non era del tutto atteso neppure negli Usa. Non è stato banale, anzi è stato molto significativo leggere, giovedì notte a caldo, i complimenti pubblici delle vacche sacre liberal del New York Times ai tre colleghi della Fox per come avevano tenuto le briglie del rodeo fra i "magnifici dieci" repubblicani: il più seguito confronto politico tv di sempre negli States a livello di primarie. Ma che qualcosa, anzi molte cose fossero successe era risultato chiaro anche al vostro modesto cronista - in trasferta e in jet lag - un occhio allo schermo e l'altro ai telespettatori attorno.

Mi trovavo in un ristorante di Cape Cod, penisola vacanziera sull'Atlantico, a due passi da Boston, meno di un'ora d'aereo da Manhattan. Martha's Vineyard - dove sono in questi giorni in ferie i coniugi Obama, entrambi laureati ad Harvard - è di fronte. A Hyannis Port c'è ancora "Camelot": casa Kennedy. E' l'America dell'East Coast che si ritiene tuttora depositaria ultima di tutto ciò che è democrat, antropologicamente agli antipodi del Grand Old Party repubblicano. Eppure nessuno, la sera del 6 agosto, ha fatto finta di snobbare una rappresentazione tutt'altro che sacra, un grande show politico tra repubblicani storici e "alti" (il terzo Bush) e sedicenti repubblicani spuri e "bassi" come Big Donald.

Tutti a guardarlo e studiarlo, il Nuovo Mostro, arrivato a Cleveland su un Boeing personalizzato che spicca ad occhio nudo dall'autostrada quando è parcheggiato al "La Guardia" di New York. Tutti a fare subito il tifo per Megyn Kelly che (non ha avuto tutti i torti Trump a lamentarsene) ha attaccato immediatamente e a freddo lo "strano candidato", in un curioso role playing.

Kelly qualche tratto della bimbo platinata dileggiata da Trump con scandalo ormai planetario ce l'ha: è una clausola non scritta del suo contratto di anchorwoman della Fox, network che ha base a Manhattan ma è di proprietà di Rupert Murdoch e - a differenza della Cnn - guarda maggiormente entro i confini di un'America yankee, più profonda e conservatrice. Quando comunque Megyn ha schioccato la frusta femminista del sessismo al centro dell'arena contro l'immobiliarista macho, si è subito respirata aria di derby newyorchese. Molto politico e molto bloody, "sanguinoso", aspro.