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CAOS LIBIA/ Léon (Onu) ha fallito, la "Somalia" è già qui

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In secondo luogo, una volta trovato questo eventuale accordo, sarebbe necessario gestire molti dei gruppi e delle milizie che gravitano in territorio libico – più di mille se parliamo di milizie, più di un centinaio se parliamo di tribù – alcune delle quali governano stabilmente su porzioni di territorio e non si riconoscono in nessuno dei due governi. Infine, realizzate queste due precondizioni, bisognerebbe trovare la chiave di volta per la tanto agognata "cooperazione con la comunità internazionale" funzionale alla lotta al califfato e, soprattutto in un'ottica europea, a tentare di porre un freno alla tratta di esseri umani perpetrata dagli scafisti.

Ma andiamo per gradi. L'ultimo tentativo di accordo tra Tobruk e Tripoli risale al vertice dello scorso giugno a  Skheirat, in Marocco, quando l'ennesimo no di una delle due parti – e più nello specifico del Governo di al-Thani  – aveva decretato l'ennesimo fallimento della tanto agognata politica di unità nazionale. Da qual momento i due governi hanno continuato ad anteporre la necessità di farsi la guerra all'idea di una qualche coalizione comune contro Daesh. In altre parole le milizie del generale Haftar piuttosto che proseguire nella lotta agli jiadisti affiliati a Isis hanno preferito continuare a "fare le scaramucce" alla Fratellanza Musulmana di Tripoli. E viceversa. Insomma la reciproca ostilità è stata molto più forte della volontà di combattere i tagliagole, per la gioia delle milizie affiliate al califfato che, negli ultimi mesi, sono avanzate in territorio libico senza grossi ostacoli se non alcuni gruppi di dubbia natura, tra cui i miliziani di Ansar al-Sharia, organizzazione dichiaratamente jiadista che, per molti versi, non si distanzia molto dal fondamentalismo feroce di Isis se non pe ragioni dogmatiche e tribali.

E veniamo così al secondo punto. Nel puzzle della ex Jamahiriya non ci sono solo i due governi di Tripoli e Tobruk a contendersi il potere, ma anche una miriade di formazioni che non si riconoscono né nella linea di al-Thani né in quella della Fratellanza di Tripoli e che vanno a comporre il variegato panorama jihadista in Libia. Oltre a Ansar al-Sharia molti altri gruppi salafiti-jihadisti godono di un "santuario" in territorio libico – solo per fare alcuni nomi il Jamal Network Muhammad o al Qaida nel Maghreb Islamico – senza dimenticare le varie milizie come, ad esempio, Alba Libica. Alcuni di questi gruppi che, come nel caso di Fajr Libya, si sono mostrati a volte allineati con il governo di Tripoli, non accetterebbero certo senza colpo ferire un accordo con il nemico giurato. Per dirla in altri termini, se il governo islamico di Tripoli addivenisse a qualche accordo con quello di Tobruk è dato ipotizzare che molti dei gruppi vicini ad al-Ghweil si allontanerebbero dalle sue posizioni per abbracciare, magari, gruppi più estremistici. 


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COMMENTI
19/08/2015 - Non ingerenza negli affari interni (Moeller Martin)

Chi accusa l'Europa di aver fallito in Libia sembra non sapere che la non ingerenza negli affari interni altrui rappresenta la sola base possibile per una civile convivenza tra stati così come in ogni altro tipo di rapporto interpersonale. E dato che in Libia non assistiamo ad una invasione da parte di un paese terzo (gli ultimi bastardi stranieri sono stati gli USA ed i loro accoliti con i loro bombardamenti ai 'blindati volanti') non tocca a noi ma ai libici risolvere le loro questioni interne per ritrovare un equilibrio di civile convivenza. L'unica cosa che devono fare i paesi europei è distaccarsi una volta per tutte dalle mire USA di ridisegnare il mondo secondo i propri interessi e capricci compresa la forzatura di convivenze indesiderate (vedi Jugoslavia, Iraq e Ucraina per citare solo i casi più eclatanti degli ultimi anni), restando neutrali ed accettando l'esito del confronto in atto.