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CAOS LIBIA/ Léon (Onu) ha fallito, la "Somalia" è già qui

Pubblicazione:mercoledì 19 agosto 2015

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La battaglia che infuria nella città di Sirte da più di una settimana è la più evidente manifestazione del fallimento della politica di mediazione del pur volenteroso e tenace Bernardino Léon ma soprattutto della ingiustificata e ingiustificabile impasse della comunità internazionale. Ce lo conferma, nel caso ce ne fosse ancora bisogno,  la reazione dei governi di Francia, Germania, Italia, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti che, dopo i massacri che continuano ad  essere perpetrati a Sirte, si sono limitati, oramai anacronisticamente, a condannare gli atti barbarici che i terroristi affiliati all'Isis stanno portando avanti nella città libica ostinandosi, sottovoce, a "raccomandare" per l'ennesima volta alle fazioni locali di impegnarsi per la creazione di un "governo di concordia nazionale che, in cooperazione con la comunità internazionale, possa garantire la sicurezza nel paese contro i gruppi di estremisti violenti che cercano di destabilizzarlo". Ma la battaglia infuria e dinanzi alle cifre che parlano di più di 200 morti e di molte centinaia di feriti – ma i numeri sono destinati a salire – quelle delle cancellerie occidentali sembrano, ancora una volta, parole al vento. 

Da parte italiana non sono giunte certo dichiarazioni più incisive. Gentiloni si è limitato a rammentare, in una recente intervista, che in Libia "o si chiude in poche settimane o ci troveremo con un'altra Somalia a due passi dalla costa". Ma oramai la tesi del rischio di somalizzazione della Libia sembra solo un abusato mantra ad uso e consumo dei politici. La somalizzazione della Libia non è un rischio, è uno stato di fatto, un'evidenza e nascondersi dietro a dichiarazioni e comunicati fumosi non servirà certo a rendere il boccone meno amaro.

Non servono molti giri di parole né grossi sforzi di immaginazione per comprendere che, oramai, la litania della necessità di "unità" nel "non Stato" libico è più un esercizio retorico che un'opzione realmente praticabile. E questo non solo perché in Libia ci sono due governi, quello di Tripoli e quello di Tobruk che, almeno per ora, non hanno intenzione di accordarsi per una qualche forma di politica comune ma soprattutto perché, anche se questa ipotesi dovesse avverarsi, non basterebbe certo per creare unità in un failed State in cui i due governi rappresentano solo due attori all'interno di un frammentato risiko di altri protagonisti e altre comparse che si muovono in uno scenario di equilibri estremamente mutevoli e magmatici.

Le difficoltà, dunque, sono molteplici. In primo luogo, per riportare la situazione a una qualche forma di controllo, sarebbe necessario trovare un accordo tra i due governi; cosa che, con buona pace di Bernardino Léon, sembra al momento piuttosto difficile da realizzare. 


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COMMENTI
19/08/2015 - Non ingerenza negli affari interni (Moeller Martin)

Chi accusa l'Europa di aver fallito in Libia sembra non sapere che la non ingerenza negli affari interni altrui rappresenta la sola base possibile per una civile convivenza tra stati così come in ogni altro tipo di rapporto interpersonale. E dato che in Libia non assistiamo ad una invasione da parte di un paese terzo (gli ultimi bastardi stranieri sono stati gli USA ed i loro accoliti con i loro bombardamenti ai 'blindati volanti') non tocca a noi ma ai libici risolvere le loro questioni interne per ritrovare un equilibrio di civile convivenza. L'unica cosa che devono fare i paesi europei è distaccarsi una volta per tutte dalle mire USA di ridisegnare il mondo secondo i propri interessi e capricci compresa la forzatura di convivenze indesiderate (vedi Jugoslavia, Iraq e Ucraina per citare solo i casi più eclatanti degli ultimi anni), restando neutrali ed accettando l'esito del confronto in atto.