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Esteri

DIARIO ARGENTINA/ Le "balle spaziali" sul default del 2001 (e sulla crisi di oggi)

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Avvenne così che da una parte si instaurasse il fenomeno delle spese pazze, con vagoni di persone a prendere l'aereo il venerdì per andare a fare spesa a Miami, dall'altra che nei supermercati argentini venisse venduto mais importato dalla Spagna. Ci fu una corsa ai consumi frenetica, sospinta anche dal sistema bancario che concesse carte di credito a tutti con grande facilità, incrementando gli acquisti a rate.

L'Argentina in pratica perse il controllo sulle sue risorse, utilizzando l'enorme disponibilità di capitali del Fmi per sostenere la parità artificiale con il dollaro. È chiaro che un simile palloncino, gonfiandosi, era destinato a scoppiare in pochi anni, ma l'artefice di questa ennesima favola, Menem, lo ha lasciato nelle mani del radicale De la Rua (vincitore delle elezioni nel 1999), un politico espressione di un'alleanza tra settori radicali e la sinistra peronista, che si è dimostrato di una piattezza unica, non essendo capace di prendere una decisione senza paura di sbagliarla. 

E difatti non ne ha azzeccata una. La convertibilità non può più mantenersi, è necessaria una svalutazione, ma la seppur critica situazione che si sviluppa prima del fatidico dicembre del 2001 non lo convince al grande passo. Anzi, nomina lo stesso Domingo Cavallo ministro dell'Economia. E il pluridecorato "esperto" finanziario purtroppo non può ripetere il miracolo: lo Stato entra in un vorticosissimo debito la cui diffusione a livello mediatico provoca il ritiro di capitali dalle banche da parte di grandi gruppi, ma anche di piccoli risparmiatori. Cavallo tenta di opporsi cercando l'aiuto del Fmi. Ma stavolta l'organizzazione chiude i rubinetti, anche perché gli Stati Uniti, dopo l'11 settembre, decidono di porre la loro attenzione e risorse nell'aiutare un altro Paese, nell'area orientale: la Turchia. 

E arriva il fatidico giorno dell'annuncio della chiusura delle banche, del blocco dei conti e più tardi, dopo la caterva di manifestazioni e tumulti, la dichiarazione del coprifuoco, che invece di diminuire moltiplica la rabbia della gente, che scende spontaneamente in marcia avviandosi verso la residenza presidenziale della Casa Rosada al ritmo di posate battute sulle pentole utilizzate come tamburi: nascono così i famosi "cacerolazos" che scandiscono il ritmo degli avvenimenti, tra assalti nei supermercati e incidenti di piazza con cariche della cavalleria che provocano trenta morti, fatto che in pratica costringe De la Rua a dimettersi il 21 dicembre e a fuggire in elicottero. 

Inizia a svilupparsi una situazione paradossale, che vede l'alternarsi di cinque presidenti nell'arco di una settimana. Il 2 gennaio 2002 viene nominato il peronista Eduardo Duhalde, da molti indicato come l'organizzatore dei tafferugli di piazza. Il suo compito è quello di trascinare il Paese fino alle elezioni che si terranno nel 2003 e lo fa prendendo le decisioni più dolorose che riguardano l'immediata svalutazione del peso del 243%. Fatto che provoca un taglio ai salari e alle pensioni che porta molta gente verso l'indigenza, ma anche la svalutazione degli immensi debiti di varie imprese private, fatto che porta al fallimento di diverse banche. La gente assalta gli istituti di credito pretendendo i propri soldi, ma il Presidente stesso annuncia, in un suo storico discorso che "chi ha depositi in dollari riceverà dollari", riuscendo a calmare le acque ma continuando in una tradizione di bugie che avrà nel kirchnerismo il suo campione.