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Esteri

DIARIO ARGENTINA/ Le "balle spaziali" sul default del 2001 (e sulla crisi di oggi)

La situazione greca ha riportato alla mente di molti il default dell'Argentina del 2001. Un periodo su cui ancora esistono troppe poche verità, spiega ARTURO ILLIA

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La crisi greca e l'eventuale possibilità di default hanno fatto ritornare alla mente l'Argentina del 2001. Si è avuta la certezza di una cosa: il trascorrere del tempo e l'immensa quantità di "balle spaziali" propinate non solo durante questi anni nello stesso Paese latinoamericano, ma pure "esportate" all'estero, hanno contribuito a disegnare pagine epiche purtroppo molto simili ad altre fabbricate sui dolorosissimi anni Settanta argentini. Un’altra cosa è sicura e sotto un certo punto di vista pure incredibile: nonostante le enormi affinità culturali dovute principalmente sia alla Conquista spagnola, ma sopratutto alle masse migratorie, del Continente latinoamericano, si ha un'immagine molto distorta quasi quanto quella del Vecchio continente in Sudamerica. Insomma, manca un dialogo maturo consapevole delle enormi ricchezze e opportunità da ambo le parti. Le ragioni possono essere individuate, da una parte, nell'egoismo europeo che considera ancora l'America Latina alla stregua del giardino di casa, dall'altra, in una specie di complesso di inferiorità, totalmente ingiustificato ma presente nel "nuovo mondo" quando si parla di Europa. Basti pensare all'Unione europea che viene giudicata un modello da imitare, anche se nella realtà è ben altro.

Fatta questa premessa, che ritengo doverosa per capire il resto, passiamo a un'analisi del tragico dicembre 2001 argentino. Di comune con la Grecia c'è da registrare la causa del default, visto che in entrambi i casi l'origine si deve a situazioni che si possono tranquillamente definire truffe: da una parte la manipolazione delle cifre che avrebbero permesso alla nazione ellenica l'entrata nell'eurozona; dall'altra una situazione di economia fittizia costruita per allontanare lo spettro che da decenni affligge l'economia argentina: l'inflazione, anzi la super-inflazione, già vissuta varie volte. La soluzione al problema era già stata affrontata dal primo Governo democratico di Alfonsin con una parità col dollaro che doveva essere garantita dal Fmi attraverso iniezioni di capitali atte a far ripartire l'economia, fatto reso impossibile dalla negazione degli aiuti proposta, guarda caso, dal consulente del Fondo, l'economista Domingo Cavallo, che provocò non solo un disastro economico, ma anche la caduta del Governo e il ritorno del potere nelle mani del peronismo con il Governo Menem.

Gli anni Novanta sono stati caratterizzati dal "decennio menemista", nel quale l'Argentina ha conosciuto un boom di consumi grazie alla convertibilità con il dollaro opera proprio di quel Cavallo, diventato ministro dell'Economia, che pochi anni prima aveva convinto il Fmi a non aiutare il Governo precedente. Allo stesso tempo venne messa in marcia una serie di privatizzazioni che se da un lato sembravano portare il Paese al passo con i tempi (basti pensare che fino ad allora, per esempio, avere una linea telefonica comportava un'attesa media di 14 anni, mentre dopo la privatizzazione di Entel, la società telefonica di Stato, l'attesa si era ridotta a pochi giorni) dall'altro aumentavano a dismisura il costo della vita (un caffè a Buenos Aires costa 4 volte che a Tokyo). Inoltre, i licenziamenti di massa operati nelle entità statali privatizzate e la caduta dell'industria nazionale hanno creato un'enorme sacca di disoccupazione che ha fatto aumentare la povertà fino a un 40% della popolazione. Di contro la classe media (alla quale appartiene l'enorme apparato statale, nonostante i tagli) ha goduto di un periodo di prosperità senza precedenti, che ha portato a una vera e propria follia collettiva con l'illusione di economia forte. Le importazioni si sono quindi decuplicate mentre le esportazioni sono rimaste limitate al solo campo agricolo e di allevamento, settori trainanti dell'economia, anche se a costi enormi a causa del cambio.