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VISTI DA LIMA/ 2. Noi, Italietta prossima al tramonto (insieme alla Germania)

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Sono seduto nel mio solito alberghetto coloniale davanti a un piatto di riso chaufa, considerato una specialità locale anche se in realtà è semplicemente riso alla cantonese con l’aggiunta dell’immancabile pollo, e medito su come i mari, anche quelli grandi la metà del mondo come il Pacifico, nella storia dell’umanità hanno sempre unito i popoli assai più che dividerli, tanto che sulle coste l’influenza culturale della riva opposta è sempre presente e spesso addirittura più profonda di quella dell’interno del continente. Ma in effetti il paradosso è solo apparente: per quanto difficile e pericoloso possa essere viaggiare per mare, infatti, lo è sempre molto meno che viaggiare per terra, soprattutto se su terreni accidentati e con molte merci al seguito. Dopo tutto, in mare gli unici veri problemi sono le tempeste e le scorte alimentari: problemi seri, non c’è dubbio, ma che con un po’ di organizzazione, di esperienza e di fortuna si possono superare. In compenso non ci sono ostacoli naturali e si può viaggiare sostanzialmente in linea retta: venti e correnti permettendo, beninteso, ma che volete che sia rispetto a valicare le Ande a dorso di lama o di mulo? E in gran parte ciò vale ancor oggi, nonostante tutti i progressi tecnologici.

Per questo qui all’ordine del giorno non ci sono i guai dell’eurozona o il rinegoziamento del debito pubblico della Grecia, che noi ingenuamente crediamo siano in cima alle preoccupazioni del mondo intero, ma questioni come le problematiche ecologiche connesse alle attività minerarie o il progetto del treno bioceanico che dovrebbe connettere i porti del Brasile a quelli peruviani, creando un’alternativa di terra al canale di Panama per il trasporto delle merci sudamericane verso l’Asia. E sempre per questo il TPP (Trans-Pacific Partnership), ovvero il trattato di libero scambio tra i paesi del Pacifico, interessa molto di più non solo di quello (molto eventuale) con l’Europa, ma perfino di accordi simili con gli altri paesi sudamericani.

Recentemente sono state fatte, anche sul sussidiario, molte analisi e speculazioni – alcune attendibili, altre un po’ meno – sulle sue motivazioni recondite, ma la verità è che, al di là delle intenzioni personali di questo o quel capo di Stato o di Governo, fosse pure il presidente degli Stati Uniti, questa evoluzione è scritta nei fatti e non sarà certo la recente battuta d’arresto subita dal TPP al Senato USA (peraltro per ragioni di pura tattica politica) a impedire la sua attuazione. Per rendersene conto basta scorrere la lista dei paesi firmatari: in senso orario partendo da nord, Canada, Usa, Messico, Perù, Cile, Nuova Zelanda, Australia, Singapore, Malaysia, Brunei, Vietnam, Giappone. Per completare l’anello di ferro intorno al Pacifico manca solo (per ovvie ragioni ideologiche) la Cina, che però (per altrettanto ovvie ragioni economiche) verrà comunque coinvolta per altre vie. In ogni caso, già così il TPP rappresenta il 40% dell’economia mondiale: e, a differenza della nostra, si tratta di un’economia in grande crescita, per cui non è azzardato prevedere che nel giro di pochi anni oltre la metà dell’economia del pianeta sarà gestita da questi 12 paesi.


COMMENTI
03/08/2015 - commento (francesco taddei)

la germania esporta in cina più degli usa. col suo brutto e cattivo ministro dell'economia chiuderà il deficit a zero ed è il primo partner della russia. tramonto a chi?