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RISIKO/ Siria, Isis e dintorni, Putin prepara una soluzione "balcanica"?

Pubblicazione:giovedì 6 agosto 2015

Vladimir Putin (Infophoto) Vladimir Putin (Infophoto)

Putin ha perso la pazienza, ha convocato l'ambasciatore turco e ha sbraitato che se il dittatore Erdogan non la smette di aiutare Isis e altre combriccole terroriste, trasformerà la Siria in una "grande Stalingrado" per respingere il nuovo Hitler. La notizia choc è riportata da un sito di Dubai che fa riferimento a voci provenienti da Moscow Times, ma non ha avuto molta eco e giustamente, anche se più che una bufala sembra un nuovo passaggio nella guerra mediatica in corso. 

Il presunto scoop è uscito in concomitanza con una dichiarazione, questa autentica, del presidente turco Erdogan che, facendo riferimento a suoi colloqui diretti con Putin, afferma un cambio di strategia da parte della Russia nei confronti di Assad. Putin sarebbe ora disposto a un cambio di regime, accettando la cacciata di Assad, cosa di completo gradimento di Ankara.

Parlando con i giornalisti durante il suo viaggio in Indonesia, Erdogan ha anche ventilato l'estensione dell'intesa operativa con gli Stati Uniti contro l'Isis ad Arabia Saudita, Qatar, Francia e Regno Unito. Qualche giorno fa il ministro degli Esteri russo, in un incontro nel Qatar con i  colleghi americano e saudita, aveva anch'egli parlato di una possibile coalizione in cui includere curdi ed esercito governativo siriano. E' evidente l'inconciliabilità dei due piani e, infatti, lo stesso Lavrov ha ammesso di non essere riuscito a scalfire la posizione degli Usa.

In questo scenario si situa la già citata guerra mediatica che si inserisce nel tentativo di ciascuna delle parti di trarre il maggiore vantaggio prima della conclusione finale. La soluzione che si sta delineando sembra sempre più lontana da un progetto di transizione dall'attuale regime a un nuovo assetto, con o senza Assad, e che avrebbe dovuto comunque assicurare la coesistenza pacifica della minoranza alawita con la maggioranza sunnita.

Una situazione che ricorda quella dell'Iraq, sia per il tentativo della Russia anche allora di una  sostituzione concordata di Saddam Hussein e il cui fallimento portò all'invasione americana, sia per la situazione venutasi a creare dopo la caduta del regime. La maggioranza sciita, fino ad allora oppressa, andata al governo si prese la rivincita sulla minoranza sunnita che governava con Saddam, spingendo così molte tribù sunnite ad appoggiare l'Isis. La stessa situazione, a ruoli rovesciati, rischia di riprodursi in Siria una volta caduto l'attuale regime sostenuto da alawiti e da altre minoranze.

La soluzione che si prospetta più probabile è quindi una spartizione del territorio in aree di influenza e questa sembra anche l'ipotesi sottostante alla strategia militare del governo di Damasco. Nonostante le aspettative di Obama su una sua rapida caduta, Bashar al Assad è ancora in sella, pur molto indebolito e costretto sulla difensiva, ma deciso a conservare le regioni della Siria occidentale in cui ha ancora sostegno. Questo è anche l'interesse della Russia, che in quell'area ha la sua base navale, e dell'Iran, dato che si costituirebbe un 'area sciita con Hezbollah nel confinante Libano.


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