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CAOS MEDIO ORIENTE/ Se Obama preferisce Russia e Iran alle lobby ebraiche

Gli Stati Uniti d'America hanno ripreso per i capelli il difficile rapporto con la Turchia.Obama deve fronteggiare ie repubblicani. La vera "mina" ora è rappresentata da Israele. MARIO MAURO

Barack Obama (Infophoto) Barack Obama (Infophoto)

Gli Stati Uniti d'America hanno ripreso per i capelli il difficile rapporto con la Turchia. Una Turchia segnata dalle ambiguità del rapporto con l'Isis, dalle difficoltà interne di Erdogan, dal problema curdo. Soprattutto una Turchia apparentemente senza ruolo dopo che il tentativo di Obama di ricostruire relazioni con l'Iran ha gettato nel caos lo scacchiere mediorientale. Non solo Israele trova rischiosa la strategia del presidente americano, ma anche i sauditi reputano ormai compromesso il proprio rapporto con Washington, i cui analisti peraltro attribuiscono proprio all'ostinazione di Riyad molti degli errori compiuti da differenti amministrazioni statunitensi nell'area.

L'area è il Medio oriente appunto. La Siria, dove si sta combattendo una sorta di guerra di Spagna in cui Arabia Saudita, Iran, Turchia, Quatar recitano il ruolo che portò le potenze europee al conflitto mondiale. L'Iraq, col suo dolore e una guerra civile che durerà decenni. L'Egitto di Al Sisi, che intende contribuire a nuovi equilibri proprio facendo sponda su Usa e Israele.

Obama prova a trovare il bandolo della matassa accettando non solo l'accordo con l'Iran, ma dicendosi pronto anche a riconsiderare il ruolo di una Russia con cui certo non ha un buon feeling. Schierare allora i caccia a fianco di Ankara vuol dire difendere l'accordo con l'Iran, o meglio, ricercare un equilibrio. Per sostenere l’accordo sul nucleare iraniano Barack Obama parla di pace, ma non esita ad evocare la guerra: "Cerchiamo di non usare mezzi termini, la scelta è tra la diplomazia o qualche forma di guerra". E ancora: "Molti di coloro che parlavano a favore della guerra in Iraq ora spingono contro l'accordo sul nucleare con l'Iran". E quindi l'affondo: un "rifiuto del Congresso dell'accordo lascia una opzione: un'altra guerra in Medio oriente. Forse non domani, forse non tra tre mesi, ma presto".

Parole forti, usate per ammonire il Congresso. E per farlo Obama sceglie anche una platea simbolica, l'American University, la stessa dove nel 1963, appena pochi mesi dopo la drammatica crisi dei missili a Cuba, il presidente John Fitzgerald Kennedy pronunciò uno storico discorso per proporre un accodo all'Unione Sovietica sul controllo delle armi. Proprio citando quel discorso, Obama ha sostanzialmente dato l'avvio a un'offensiva politica per convincere i repubblicani, ma anche diversi democratici, a non cancellare il lavoro fatto in due anni che, ha sottolineato, raggiunge "il nostro più critico obiettivo di sicurezza". "Qualsiasi guadagno l'Iran può ottenere dall'allentamento delle sanzioni - ha detto - impallidisce in confronto al pericolo che potrebbe rappresentare se avesse l'arma atomica".

Certo, ha concesso, l'accordo non risolve tutti i problemi con Teheran e "nessuno può biasimare Israele per essere profondamente scettico su qualsiasi accordo con un governo come quello dell'Iran", quindi è naturale che il premier israeliano Netanyahu sia fortemente contrario. 


COMMENTI
07/08/2015 - Obama genio della politica mondiale (Giuseppe Crippa)

Spiace constatare che Mauro sembri non capire che l’accordo con l’Iran sancisce che prima o poi(pur rispettando alla lettera l’accordo la necessaria quantità di uranio arricchito sarà in futuro “legalmente” disponibile per l'Iran) questo paese disporrà di – come ha detto Pierluigi Battista sul Corriere del 20 luglio scorso - “un’arma nucleare esplicitamente, programmaticamente, deliberatamente finalizzata alla distruzione di un nemico, di un Paese, come dicono i falchi della teocrazia iraniana, che con la bomba sarà «cancellato dalla carta geografica», cioè Israele”. Grazie al Premio Nobel per la Pace Obama il mondo avrà per la prima volta un paese non con un’arma atomica “difensiva” (sia pure da usarsi per ritorsione contro un attacco esterno) ma un’arma atomica destinata ad assestare il primo colpo ad un nemico. Complimenti al “commander in chief” e a chi ne dice bene!