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VISTI DA LIMA/ 3. La strana "crisi" (+3,5%) che il Perù insegna all'Italia

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A rimettere le cose a posto ci pensò Alberto Fujimori, primo presidente americano di origine giapponese, che governò dal 1990 al 2000, quando, rieletto per la terza volta dopo aver fatto approvare una discussa legge interpretativa della Costituzione che gli permetteva di aggirare il limite dei due mandati consecutivi, fu costretto a dimettersi per una serie di atti di violenza e corruzione messi in atto dal capo dei suoi servizi segreti Vladimiro Montesinos, di cui Fujimori si è sempre detto all’oscuro, ma per cui è stato successivamente condannato dalla giustizia peruviana e attualmente detenuto, dopo la sua controversa estradizione avvenuta nel 2007.

Non c’è dubbio che Fujimori si sia macchiato di gravi colpe nell’ultima fase della sua carriera politica, ma, come spesso purtroppo accade, in Europa viene condannato soprattutto per quelli che sono invece i suoi più grandi meriti, che però agli occhi degli intellettuali di sinistra nostrani appaiono come altrettanti crimini imperdonabili.

Anzitutto infatti Fujimori nel giro di pochissimi anni distrusse completamente l’apparentemente invincibile Sendero Luminoso: certo lo fece usando il pugno di ferro, ma non c’era altra soluzione di fronte a uno dei peggiori gruppi criminali che si siano mai visti, che si ispirava dichiaratamente ai Khmer Rossi di Pol Pot e aveva scatenato una vera e propria guerra di sterminio in tutto il paese, che in solo una decina d’anni, tra il 1981 e il 1992 (quando con l’arresto del suo leader Abimael Guzmán in un comodo appartamento di Miraflores, proprio di fronte al mio albergo, iniziò il suo declino), aveva causato oltre 70.000 morti, quasi tutti poveri contadini che in teoria i senderisti affermavano di voler difendere e che avevano la sola colpa di non volerne invece sapere della loro “protezione”.

Inoltre Fujimori pose le basi per il rilancio dell’economia peruviana attraverso una riforma in senso radicalmente antistatalista, che privatizzò completamente il welfare, abolì tutti gli aiuti di Stato alle imprese e – soprattutto – inserì in Costituzione il principio di sussidiarietà, in una forma ben più drastica di quanto abbia saputo fare l’Italia (peraltro dopo decenni di esitazioni e tira e molla). Infatti l’articolo 60 della Costituzione peruviana del 1993 stabilisce che «solo autorizzato espressamente dalla legge, lo Stato può realizzare sussidiariamente attività imprenditoriale, diretta o indiretta, per ragioni di alto interesse pubblico o di manifesta convenienza nazionale».
È vero che rispetto al principio di sussidiarietà nel senso pieno del termine manca qui la pars construens, per cui «Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarietà», come recita invece l’articolo 118 della Costituzione italiana. Il problema è però che tale giusto principio, non prevedendo alcuna sanzione se lo Stato non attua come dovrebbe, si riduce di fatto a una mera dichiarazione di intenti priva di qualsiasi efficacia, come purtroppo constatiamo di continuo.

Come se non bastasse, alla nostra formulazione manca invece del tutto la pars destruens, cioè la proibizione che lo Stato si immischi direttamente nell’economia, che potrà forse apparire meno nobile dal punto di vista ideale, ma è in compenso molto più importante dal punto di vista pratico, come proprio l’esperienza peruviana ha dimostrato, dato che il boom economico è cominciato poco dopo la sua introduzione: tant’è vero che pur essendoci oggi una larga maggioranza di peruviani arrabbiati a morte con Fujimori per le violenze degli ultimi anni, nessuno si è mai sognato di toccare le riforme da lui fatte, a cominciare da questa.


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