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VISTI DA LIMA/ 3. La strana "crisi" (+3,5%) che il Perù insegna all'Italia

È diverso il mondo, visto da Lima. Anzitutto Lima stessa. Noi ne abbiamo solo un’idea molto vaga, perché del Perú in Europa quasi non si parla. Reportage di PAOLO MUSSO

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Apro il giornale e per un momento mi pare di essere tornato in Italia: La triste nuova normalità è il titolo dell’editoriale, in cui l’autore paventa che il Governo stia tentando di convincerci che l’attuale miserabile tasso di crescita sia appunto la nuova normalità a cui dovremmo abituarci. Poi guardo i numeri e mi rassicuro: il tasso di crescita “inaccettabilmente basso” di cui parla l’articolo è intorno al 3,5% all’anno e l’autore si lamenta perché a suo giudizio, nonostante la congiuntura internazionale sfavorevole, si potrebbe e si dovrebbe come minimo raggiungere un sia pur ancora insoddisfacente 5%. No, decisamente non siamo in Italia. Siamo invece a Lima e il tema in discussione è il rallentamento dell’economia peruviana, che dopo un decennio di crescita a ritmi cinesi negli ultimi anni si è ridotta al tasso di cui sopra. E qui uno (un europeo, intendo) pensa inevitabilmente: «Beh, è normale, dopo tutto c’è la crisi...».

E invece no! Sbagliato! Infatti un’altra cosa che da Lima non si vede, oltre all’Europa, è la crisi. O meglio, La Crisi, come siamo abituati a chiamarla. Già, perché dalle nostre parti, a forza di ripetere che si tratta di un fenomeno connesso alla globalizzazione (il che almeno in parte è vero), abbiamo finito col pensare che si tratti anche di un fenomeno globale (il che invece è tutt’altra cosa): per cui secondo noi basterebbe la parola e chiunque, in qualsiasi parte del mondo, dovrebbe capire di che si tratta. Invece da qui la crisi non si vede proprio: anzi, ben 9 milioni di persone (su 30!) sono uscite dalla povertà in questi ultimi dieci anni e anche le disuguaglianze sociali si sono ridotte enormemente, al punto che tra il 2005 e il 2014 la percentuale di peruviani appartenenti al ceto medio è passata da 11,9% a 50,6% (El Perú clasmediero, da El Comercio del 16 maggio 2015, p. A29), alla faccia dei luoghi comuni per cui «i poveri stanno diventando sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi» e «il ceto medio sta scomparendo».

Questo è purtroppo vero da noi e più in generale in Europa, cioè nei paesi in cui la crisi ha colpito sul serio e ha colpito duro, ma certamente non è vero in Perù, così come non lo è neanche in molti altri paesi, soprattutto del terzo mondo, in cui secondo stime prudenti si ritiene siano almeno 500 milioni le persone che sono uscite dalla povertà in questi anni di teorica “crisi”. Sui giornali di Lima non trovereste neanche la parola: qui si parla semplicemente di “rallentamento della zona euro”, un fenomeno limitato e di scarso interesse, che viene a volte citato come una delle concause minori del rallentamento sofferto dall’economia peruviana negli ultimi anni, le cui ragioni di fondo sono però ben altre. E sono molto interessanti, non solo in se stesse, ma perché contengono una lezione quanto mai istruttiva anche per noi.

Per capire bene cosa sta succedendo qui occorre prima un po’ di storia. All’inizio del Novecento il Perù era un paese relativamente prospero, ma poi una sciagurata successione di regimi militari e civili introdusse una serie di riforme di stampo fortemente statalista e assistenzialista che, insieme alla grave minaccia del gruppo terroristico Sendero Luminoso, lo portarono sull’orlo del collasso.