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GUERRA IN SIRIA/ Putin, il patto con Teheran mette in "buca" Obama

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Hassan Rouhani, presidente dell'Iran (Infophoto)  Hassan Rouhani, presidente dell'Iran (Infophoto)

Se da un lato, infatti, l'asse Mosca-Washington sembra convergere sulla necessità di sconfiggere il califfato, dall'altra sembra invece incrinarsi in maniera irreversibile sul ruolo futuro di Assad che gli Stati Uniti vorrebbero, nella migliore delle ipotesi, fuori dal paese. A ben guardare, però, sarebbe riduttivo valutare la posizione americana sulla questione siriana senza inquadrarla nel più ampio spettro prospettico della politica mediorientale di Washington ed in particolare nella dipendenza economica che innegabilmente lega gli Stati Uniti, così come molti Stati europei, alle ricche monarchie del Golfo, Arabia Saudita in primis. 

Non sono certo un segreto gli ingenti investimenti sauditi, o di altri paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, negli Stati Uniti ed in molti partner europei, così come non sono un segreto le ingenti esportazioni europee e americane di armi verso Ryad. Ora, è evidente come qualunque decisione politica americana sia fortemente condizionata da interessi economici, e questi al momento convergono verso i paesi sunniti del Golfo che, dopo aver chiuso un occhio (ma chissà a quali condizioni) sulla riabilitazione dello storico nemico sciita iraniano, chiedono a gran voce l'eliminazione del regime alawita di Assad, forse anche a costo di sacrificare quel che resta della Siria sull'altare dell'Isis.

Insomma volendo semplificare una realtà complessa, potremmo dire che al momento il Medio Oriente è diviso tra due grandi player regionali: l'Iran, baluardo sciita, e l'Arabia Saudita, indiscusso leader della galassia sunnita. Entrambi ambiscono ad assurgere al ruolo di potenza regionale del Golfo Persico ed entrambi, su posizioni nettamente divergenti, sono invischiati nel conflitto in Siria — nonché in altri teatri di guerra, dal Bahrein allo Yemen, considerati "minori" ma solo perché totalmente al di fuori dell'interesse politico e mediatico dell'occidente — le cui evoluzioni potrebbero far pendere l'ago della bilancia di questo "gioco di potenze". Stati Uniti e Russia entrano in questo frammentato risiko come attori co-protagonisti, al fianco dell'uno e dell'altro "contendente", spinti dai rispettivi interessi economici — in parte sopra accennati — ed agendo, soprattutto da parte americana, con la "solita" realpolitik del leading from behind (letteralmente "gestire gli eventi da dietro") armando e finanziando di volta in volta gli attori che sembrano più utili per il raggiungimento dei propri obiettivi geostrategici, siano essi dittatori o "petrol-monarchi".

Osservando le cose da questa prospettiva, è quantomeno triste notare come la Siria con i sui morti, con le sue macerie, con le sue ferite e con i suoi scempi, appaia quasi come una questione marginale, mentre i "suoi" profughi che muoiono in migliaia sulle nostre coste, diventano dei semplici "danni collaterali".



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