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GUERRA IN SIRIA/ Putin, il patto con Teheran mette in "buca" Obama

Mosca manda truppe e armi a sostegno di Assad in Siria, scoprendo le sue carte. Ma cosa c'è dietro l'attivismo della Russia e l'inerzia americana? MICHELA MERCURI

Hassan Rouhani, presidente dell'Iran (Infophoto) Hassan Rouhani, presidente dell'Iran (Infophoto)

Mai come in questi giorni il "dimenticato" fronte siriano, che oramai da più di 4 anni con buona pace dei "grandi della terra" è teatro di una vera e propria carneficina, sembra divenuto lo scacchiere su cui si giocherà il braccio di ferro delle grandi potenze internazionali.

Pochi giorni fa Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha annunciato che Mosca sta inviando armi a Damasco «contro la minaccia terroristica che ha raggiunto una dimensione senza precedenti in Siria e nel vicino Iraq» e notizie ancor più recenti, da agenzie libanesi e saudite, parlano di forze russe sbarcate a Latakia assieme ad armi leggere, lanciagranateemezzi blindati di ultima generazione BTR-82A, per dare il via alle prime operazioni militari in Siria, a supporto del regime damasceno. 

Nulla di cui stupirsi. D'altra parte, la "vecchia amicizia" tra Putin e Assad, che spesso aveva accolto nel "club" anche l'allora impresentabile Iran di Ahmadinejad, non è certo un segreto. A maggiore ragione oggi che l'Iran è stato riammesso nel novero degli attori internazionali riconosciuti, dopo l'apertura della trattativa sul nucleare dello scorso luglio — peraltro fortemente voluta da Washington — la Russia può giocare a carte scoperte e riaprire la sua special relationship con Teheran, magari passando proprio sulla via di Damasco. In questi termini, il sostegno russo ad Assad può essere letto anche nella più ampia strategia del rafforzamento della prospettiva bilaterale con Teheran, attore nevralgico sia nella questione siriana sia, in più ampia analisi, nell'attuale risiko strategico mediorientale. 

La revoca delle sanzioni, che nel 2007 avevano tra le altre cose costretto il  Cremlino ad annullare il contratto da 800 milioni di dollari per la fornitura di diverse batterie di S-300 all'Iran, permette oggi alla Russia di percorre la via principale per raggiungere la potenza iraniana senza dover più inerpicarsi su tortuose "vie secondarie" e di inviare sistemi missilistici antiaerei a Teheran senza nessuna possibilità di contraddittorio da parte della comunità internazionale, ma di certo con qualche mal di pancia, soprattutto sul fronte americano. Detta in altri termini, ora che l'Iran non è più lo "Stato canaglia" esecrato da Washington, la Repubblica islamica può tornare a ricoprire un posto di primo piano nella concezione multipolare putiniana dei rapporti internazionali.

Manna dal cielo per il Cremlino, dunque, e non solo per assicurare la stabilità della regione centroasiatica, ma anche e soprattutto per ragioni di natura economica. La Russia, infatti, ha concluso dai primi anni duemila contratti miliardari per la vendita di armamenti all'Iran. Con Gazprom partecipa a importanti progetti gas-petroliferi iraniani e, non da ultimo, fornisce macchinari e impianti per lo sfruttamento degli idrocarburi iraniani. Tanto basta per comprendere il ruolo "pivotale" dell'Iran nel più ampio prisma comparativo della strategia russa nel quadrante caucasico-mediorientale e tanto basta anche per capire come questo sia davvero un boccone amaro per Obama, soprattutto se collochiamo la questione nello spinoso scenario siriano.