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Esteri

SIRIA/ Il piano di Putin svela la mancanza di strategia di Obama

Barack Obama (Infophoto)Barack Obama (Infophoto)

Ma questo attore ad oggi non esiste. Affidarsi di nuovo ai curdi, come già fatto in Iraq, significherebbe quantomeno sopravvalutare un attore che non solo ha un peso marginale nel complesso risiko siriano — di fatto i curdi occupano solo la parte settentrionale della Siria, il cosiddetto Rojava — ma anche con un'affidabilità tutta da dimostrare. L'obiettivo curdo, infatti, è quello di far perno sulla frammentarietà dello scenario siriano per realizzare, almeno parzialmente, il sogno di una propria enclave nel territorio. 

Stessa cosa per le variegate e indefinibili forze dei ribelli anti Assad della prima o della seconda ora. Solo per dare un'idea, Jeff Davis portavoce del Dipartimento di Difesa americano, ha recentemente ammesso la consegna, da parte di un gruppo di ribelli siriani addestrati e armati dagli Stati Uniti, di mezzi e munizioni agli jiadisti di Jabhat al-Nusra. E' solo l'ennesimo fallimento del "progetto americano" di addestrare combattenti selezionati del Free Syrian Army, un "progetto" costato oltre 500 milioni di dollari spesi per selezionare, addestrare e armare un gruppo di appena 60 combattenti, la maggior parte de quali sono stati rapiti, uccisi o sono fuggiti, mentre i reduci hanno ceduto mezzi e munizioni ai qaedisti siriani. 

Insomma, pensare di puntare su questi attori vorrebbe dire, nella migliore delle ipotesi, replicare quanto fatto in Libia, armando dei gruppi di ribelli non meglio identificati e facendo perno sugli insorti del Consiglio nazionale transitorio di Bengasi, soggetto senza alcuna legittimazione né controllo del territorio. Strategia che si è dimostrata l'anticamera della somalizzazione del paese con tutte le conseguenze a noi oggi tristemente note. 

Insomma, stante così le cose, il disegno imperialista putiniano, nonostante tutto, finisce per apparire quello più credibile e praticabile e tutto questo nonostante l'impresentabilità di Assad che, nessuno intende negarlo, è stato e resta il "boia di Damasco" ma che oggi, dinanzi all'inerzia delle cancellerie occidentali, è finito per diventare, paradosso dei paradossi, il minore dei mali. Il leader del Cremlino ha messo così a segno un colpo di strategia diplomatica di tutto rispetto: ha rafforzato la presenza militare russa in aree strategiche della Siria, l'ha nobilitata in nome della guerra al califfato, ha giocato sull'inerzia e sulle strategie fallimentari della comunità internazionale per assurgere al ruolo di guida di una possibile coalizione allargata anti-Isis e, coup de théâtre, ha poi gettato sul tavolo l'asso di un accordo di intelligence con Teheran, Baghdad e Damasco, mostrando a tutti di avere le spalle ben riparate dalla mezzaluna sciita e finendo per convincere molti che, cosa inimmaginabile fino a qualche mese fa, il male minore in questo momento possa essere l'amico Bashar. 

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