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SIRIA/ Il piano di Putin svela la mancanza di strategia di Obama

Ieri, all'Onu, Obama ha aperto alla collaborazione con Russia e Iran nella lotta all'Isis. Ma ha ripetuto che Assad va messo da parte. Ciò che Putin non vuole. L'analisi di MICHELA MERCURI

Barack Obama (Infophoto) Barack Obama (Infophoto)

Al di là delle dichiarazioni propositive dei due leader, dettate più da "cortesia diplomatica" che dalla realtà dei fatti, il vertice Obama-Putin di lunedì ha soltanto finito per ribadire la netta distanza tra il Cremlino e la Casa Bianca sulla spinosa questione siriana, segnando, a ben guardare, un punto a favore del leader russo. E questo nonostante ieri Barack Obama abbia annunciato la piena disponibilità degli Stati Uniti a "collaborare (…) con tutte le parti, incluse Russia e Iran", per sconfiggere lo stato islamico.

Putin è arrivato a Washington in un'indubbia posizione di forza, con "in tasca" l'accordo raggiunto di recente con Iraq, Siria e Iran per la costituzione di un centro d'informazioni congiunto a Baghdad — che potrà essere usato in futuro per coordinare operazioni militari contro Daesh — e con una chiara strategia: solo ridando vita alle istituzioni ritenute "legittime", e dunque combattendo a fianco della Siria di Bashar al Assad, e solo appoggiando l'Iraq, sarà possibile sconfiggere l'Isis, ricostituire un ordine mediorientale e impedire a milioni di profughi di riversarsi in Europa. 

In altre parole, la Russia non sta soltanto schierando aerei, uomini e mezzi in territorio siriano, ma sembra sempre più intenzionata a conquistare l'egemonia politica nell'area. Se la posizione russa dovesse prevalere, il governo damasceno verrebbe supportato e finanziato, almeno fino a quanto non vi saranno i presupposti per una transizione. Putin, infatti, sembra avere intuito che Assad non potrà comunque reggere a lungo, serve un compromesso per la transizione. Ed è per questo che il leader del Cremlino avrebbe spinto per la costituzione, a breve, di un tavolo negoziale con il coinvolgimento delle principali potenze regionali — Iran, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto. Insomma, una posizione chiara e ben definita, per quanto opinabile su alcuni punti.

Di certo meno incisiva la posizione di Obama, che dal vertice è risultato senza dubbio indebolito. "C'è qualcuno che ci dice che dovremmo sostenere dei tiranni come Assad, perché l'alternativa è peggiore", continua a ripetere il leader della Casa Bianca ma, ad oggi, dinnanzi al mattatoio siriano — 250mila morti e 4 milioni di rifugiati, secondo le stime recenti di Human Rights Watch — da Obama ci si aspetterebbe qualcosa di più. La strategia americana non convince, non convincono i raid aerei che fin qui hanno portato a risultati piuttosto parziali tanto in Siria quanto in Iraq, così come non convince l'idea di far fuori Assad e allo stesso tempo di annientare il califfato. 

E' evidente che non si possono  combattere gli jihadisti dello stato islamico e allo stesso tempo il loro principale avversario. A meno che non vi sia nel territorio un attore forte e affidabile e con un peso specifico tale da poter riempire il vuoto che inevitabilmente si andrebbe a creare nella Siria post-Assad, attore su cui sarebbe necessario puntare fin da ora per il futuro del paese.