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TERRASANTA/ Cristiani in Palestina: papà, come si fa ad amare il proprio nemico?

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Dopo cena Nasir ci racconta della sua terra, della sofferenza di un popolo che si sente occupato, della vita difficile dei cristiani palestinesi, minoranza nella minoranza ed osteggiati in tutto, a partire dalla ricerca di un posto di lavoro che non c'è. Parla dei figli, per i quali desidererebbe un futuro migliore, ma che vorrebbe non lasciassero mai il loro paese. Racconta di una speranza in cui credere al di là di ogni dolore, di una fede testimoniata in ogni istante e di un dialogo tra cristiani che qui è già realtà nelle piccole cose di ogni giorno, lui cattolico e la moglie greco-ortodossa. "Papà, come si fa ad amare il proprio nemico?", gli ha chiesto un giorno uno dei suoi figli. Candidamente, confessa di non avere risposte, ma a lui ha detto: "comincia col non odiarlo". 

Penso a quella frase del Vangelo — "amate i vostri nemici" — ed a quanta fatica faccio nel metterla in pratica nella vita quotidiana, scandita dalle mie infedeltà alla sequela di Cristo. La vicina di casa antipatica e scortese, il collega di lavoro difficile, l'automobilista che suona il clacson in mezzo al frenetico traffico cittadino. Da queste parti il nemico da amare indossa una divisa militare ed imbraccia il mitra. C'è qualcosa di più grande da imparare quaggiù.

Si viene in Terra Santa, di solito, per incontrare pietre che raccontino della vita di Gesù. Luoghi che costruiscano la geografia della Parola di Dio e rendano ragionevolezza alla fede cristiana. Ma, inevitabilmente, ci si imbatte anche nelle pietre vive, che quella stessa fede testimoniano ogni giorno, risvegliando il pellegrino da quella sorta di torpore che rischia di avvolgere il suo viaggiare da un posto all'altro, quasi che la storia dell'incarnazione fosse poco più di un fatto accaduto nel passato. 

Ad Ortaz, paesino poco distante da Betlemme, un agglomerato di case dall'aspetto povero e malmesso, da più di cent'anni sono presenti le suore Figlie di Maria Santissima dell'Orto, ordine fondato a Chiavari nel 1827 dal sacerdote Antonio Maria Gianelli. Uniche cristiane in mezzo a cinquemila palestinesi musulmani, custodiscono il santuario dell'Hortus Conclusus, dirigendo, al contempo, l'annessa scuola materna. Oggi siamo venuti a trovarle, per dar loro una mano a ripulire le aule che, tra poco più di un paio di settimane, saranno pronte a riaccogliere un centinaio di bambini provenienti dalle famiglie del paese. La sosta del pranzo, dopo una mattinata di lavoro, è l'occasione per chiedere a suor Rosa che tipo di vita conducano lei e le sue consorelle. In questi luoghi il Vangelo non può essere annunciato, neppure a bassa voce: si tratterebbe di un proselitismo che l'islam non tollererebbe. Ma può essere vissuto, nel dono totale di sé. Verso il bambino affidato da famiglie che hanno fiducia in loro. O nei confronti dell'abitante del paese, che giunge ad ogni ora del giorno e della notte presso il piccolo dispensario che le suore hanno allestito all'interno del convento. La radice dell'amore verso il prossimo non può essere posta come lucerna sopra il moggio, ma è luce chiara, visibile a ciascuno. Persino il sindaco del paese ha chiesto che potessero essere inseriti a scuola alcuni bambini in più, oltre il limite posto alla struttura.