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TERRASANTA/ Cristiani in Palestina: papà, come si fa ad amare il proprio nemico?

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Verbum caro hic factum est. Adorare Gesù Eucaristia a Nazaret, nella Basilica dell'Annunciazione. Farlo in quell'unico luogo al mondo dove la parola "qui" si aggiunge alla frase del mistero dell'incarnazione. Dev'essere per forza qualcosa di speciale, perché è questo il luogo dove Dio si è fatto dimora. La grotta della casa di Maria, intorno alla quale ci si dispone a semicerchio, diviene il luogo dove sentirsi una cosa sola, perché è qui che Dio si è fatto famiglia. Penso che deve averla udita anche lei, Maria, una musica nel cuore, dopo aver detto sì all'annuncio dell'angelo. Una musica dolce, che è risposta a una chiamata, scoperta della bellezza di un disegno. Armonia come le note dell'organo e delle chitarre, che ora accompagnano il tempo della nostra adorazione. Come d'incanto, spariscono dalla mia mente tutte le stanchezze e le distrazioni che troppo spesso affollano i pensieri. 

La preghiera sperimenta un'intensità mai provata prima, una pace che sembra predisporre il cuore a qualcosa di speciale che oggi l'angelo abbia da dire pure a me. Accade così che, in un indefinito istante, giunga in lontananza la voce del muezzin, che, dalla moschea adiacente alla basilica, invita i propri fedeli alla preghiera. La sura del Corano, appesa nella piazza poco distante e dai versetti quasi minacciosi, appare all'improvviso più lontana. 

Per la prima volta quella voce, udita anche nel cuore della notte, non genera in me la sensazione di disagio che spesso si era fatta strada, sottile, tra le pieghe della mente. Stavolta essa avanza in modo nuovo e inaspettato, come se stesse cercando un sentiero sconosciuto, da percorrere sino a giungere a fianco delle altre voci. Preghiere vicine tra loro, come fossero corpi posti l'uno a fianco all'altro, ognuno con la propria ferita, ciascuno col proprio disperato desiderio di felicità. E' in quell'istante, e solo in quello, che sorge spontanea dal mio cuore la preghiera di Gesù, quel testamento da accogliere come l'eredità più preziosa lasciata da Dio alla sua umanità sofferente: "Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato".

Com'è difficile far sì che la penna riesca a scrivere ciò che è emozione di un'anima in preghiera. Eppure Emile, araba cristiana con passaporto israeliano incontrata il giorno prima, non ci aveva raccontato nulla di meno. Null'altro che non fosse questa viva e appassionata tensione all'unità. Madre di quattro figli, sposata, lei cattolica, con un greco ortodosso, impiegata come ispettore dell'ufficio delle tasse ad Haifa, ci aveva fatto partecipi di un amore che vede Gesù in ogni prossimo e che genera inaspettati frammenti di reciprocità tra cristiani, musulmani ed ebrei. Rapporti di lavoro, amicizia tra famiglie, piccole cose di ogni giorno ma che appaiono come l'eroico che diventa quotidiano.  



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