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RISIKO/ Il "rebus" dell'Arabia Saudita che va oltre il petrolio

Re Salman (Infophoto) Re Salman (Infophoto)

Questa affermazione è significativa di come, sotto dichiarazioni "occidentalizzate" che parlano di democrazia, governo del popolo, libertà delle donne (con un esplicito scetticismo dell'intervistatore), anche il principe non si discosti dalla concezione di uno Stato indissolubilmente legato alla famiglia regnante e, pur senza riferimenti espliciti, alla concezione di islam puritano che da sempre lo regge.

Interessanti le risposte alle domande sulle esecuzioni e sui rapporti con l'Iran. Dopo aver affermato che i processi sono stati rispettosi di uno Stato di diritto, come afferma essere l'Arabia Saudita, nega ogni distinzione tra sunniti e sciiti. In effetti, anche nelle esecuzioni di massa sono state rispettate le proporzioni esistenti tra la popolazione. Sull'esecuzione del religioso sciita, fa presente che al-Nimr era un cittadino saudita e quindi l'Iran non doveva interessarsi al suo caso. Comunque, esclude che da parte saudita si voglia far precipitare la situazione, ma che sono gli iraniani ad attuare una politica aggressiva e che anche in Yemen l'Arabia Saudita si sta solo difendendo da una minaccia ai suoi confini. 

L'immagine dell'Arabia Saudita trasmessa dall'intervista è quella di un Paese che ha ancora molto da fare per modernizzarsi e soprattutto per rendere più trasparenti le sue istituzioni e i suoi meccanismi, ma che ha già fatto molto e che molto ancora farà, in particolare per merito dei giovani, di cui lui è il rappresentante. L'intervista è tutta in prima persona, come se bin Salman fosse il re, e lo stesso Economist fa notare come sia poco citato il re suo padre e completamente assente il cugino, primo erede al trono.

È difficile stabilire se questa intervista indichi un reale tentativo di modernizzazione e democratizzazione, se questo tentativo sia condiviso dal re, o se invece sia una fuga in avanti del principe per spiazzare i conservatori restii alle riforme. Senza dubbio è un tentativo di rendere l'Arabia Saudita attraente per gli investitori, anche se traspare una certa preferenza perché tutto rimanga "in famiglia". Certo è che il petrolio comincia a stare stretto ai sauditi ed è molto interessante che ciò venga detto da chi è considerato il fautore dell'attuale guerra del petrolio. 

Così com'è interessante, e un po' preoccupante, il riferimento a quel 6% delle riserve mondiali di petrolio, che fa pensare alla rivalità Arabia e Iran come a un fatto fortunato, almeno sotto il profilo della minaccia nucleare. 

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