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RISIKO/ La morte dell'imam al-Nimr? Potrebbe "convenire" a Obama

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Obama con re Salman dell'Arabia Saudita (Infophoto)  Obama con re Salman dell'Arabia Saudita (Infophoto)

Nel 2012 era stato arrestato anche Ali Mohammed al-Nimr, diciassettenne nipote dello sceicco, poi condannato a essere decapitato e crocefisso, sul destino del quale ci si sta ora interrogando. In un'intervista dello scorso ottobre a The Guardian, la madre del ragazzo si rivolse a Obama definendolo il "capo del mondo" e quindi in grado di salvare suo figlio, evitando loro "una grande tragedia" e aumentando la propria stima "agli occhi del mondo". Non conosco la risposta della Casa Bianca, ma così alle tragedie dei singoli si affiancano quelle della geopolitica.

La politica di Obama in Medio Oriente è stata spesso giudicata confusa quando non inesistente e, soprattutto negli ultimi tempi, è stato criticato il suo comportamento nei confronti del regime saudita. Anche nei viaggi in Arabia Saudita dello scorso anno e all'inizio del 2015, Obama non ha mai neppure accennato al problema della violazione dei diritti umani, argomento cui è molto sensibile quando si tratta della Siria di Assad o della Russia di Putin.

Purtroppo, l'etica deve spesso passare in secondo piano rispetto alla realpolitik, ma anche sotto questo profilo sembra mal posta la fiducia americana nei sauditi, strani "alleati" che hanno sempre finanziato gli estremisti islamici e direttamente attaccato gli Usa con la guerra del petrolio in corso e che, con questa ultima mossa, rischiano di cancellare uno dei pochi successi di Obama sul piano internazionale: l'accordo con l'Iran. A meno che.  

A meno che si tratti di una diabolica mossa della Casa Bianca per innalzare il livello dello scontro, con disordini o rivolte nel Qatif e conseguente riduzione della produzione petrolifera araba, e con la conquista dello Yemen da parte dei ribelli sciiti, dando a Teheran il controllo delle vie marittime del petrolio e la possibilità di bloccare le esportazioni dei Paesi del Golfo alleati dei sauditi. L'inevitabile aumento del prezzo del petrolio favorirebbe la ripresa dello shale oil americano e, danno collaterale peraltro anch'esso inevitabile, del petrolio russo, con un sollievo per i bilanci di molti altri Stati produttori, tra cui un Venezuela appena uscito da elezioni che hanno visto la vittoria delle opposizioni al regime chavista anti Usa.

Fantascienza? Probabile, ma in questi ultimi tempi la realtà tende a superare spesso la fantasia e, comunque, le previsioni cosiddette "razionali".  



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