BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Esteri

SCENARI/ Tutti i nuovi "nemici" dell'Italia in Libia

Renzi ha sottolineato come l'Italia intenda essere protagonista e supporter del percorso di ricostruzione della Libia. Ci sono però molte incognite, ecco quali. MICHELA MERCURI

Milizie libiche (Infophoto)Milizie libiche (Infophoto)

Se quello appena trascorso non può certo essere ricordato come l'anno d'oro della politica estera italiana nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, il 2016 potrebbe segnare un nuovo attivismo, per lo meno nella stabilizzazione del quadrante nordafricano. Ci si riferisce, naturalmente, alla Libia in cui, con non poco ritardo, negli ultimi concitati mesi si sono riversati gli sforzi della comunità internazionale.

Dopo il vertice di Roma del 13 dicembre, che ha dato vita ad una ambiziosa road map per la ricostruzione della Libia; la firma, il 17 dicembre, dell'accordo per un governo di unità nazionale da parte di alcuni delegati di Tripoli e Tobruk (senza però un mandato ufficiale delle rispettive presidenze) e il "cappello" del Consiglio di Sicurezza dell'Onu che ne ha approvato all'unanimità la legittimità,  la "strada internazionale" per la riconciliazione della Libia sembra oramai segnata, anche se questo non ci rassicura sul fatto che sia possibile percorrerla senza incidenti.

In netta controtendenza rispetto alle crisi che si sono succedute nel quadrante levantino, dove l'Italia è stata considerata spesso il fanalino di coda della diplomazia internazionale, in Libia il governo italiano sembra destinato, forse suo malgrado, a dover ricoprire un ruolo di primo piano. Non è un caso se, seppure con qualche mal di pancia nordeuropeo, e francese in primis, il nuovo premier designato libico Fayez Al-Serraj abbia scelto come prima meta europea proprio Roma, giocando addirittura la carta della riapertura del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione italo-libico. L'accordo firmato nel 2008 dall'allora premier Berlusconi e da Muhammar Gheddafi prevedeva, tra le altre cose, il rafforzamento della special relationship economica tra i due paesi, cosa che, forse, oltre al malumore delle cancellerie europee, ha anche favorito la repentina mossa anglo-francese di sostenere ad occhi chiusi i ribelli anti-Gheddafi durante le rivolte del 2011. Ora, se da un lato è plausibile nutrire dei dubbi sulla rappresentatività di Al-Serraj che, giova ricordarlo, nasce da un accordo non sostenuto ufficialmente dalle presidenze dei due governi libici di Tripoli e Tobruk né da molti gruppi e milizie locali, dall'altro ciò non toglie che la Libia è un nostro interesse nazionale prioritario per motivi di sicurezza, economici, energetici, storici e geografici e certo non possiamo permetterci di declinare l'invito. 

In primo luogo, nonostante la capacità produttiva dell'ex Jamahiriya sia oggi decisamente inferiore rispetto al passato, la Libia resta il nostro principale fornitore di petrolio e di gas, attraverso il Greenstream. Il terminal Eni di Mellitah è a tutt'oggi uno dei pochi ancora funzionanti, mentre sono italiane molte delle attività estrattive off shore ancora realizzate nel paese. Inoltre in Libia, ancora oggi, oltre ai colossi come Saipem, Tecnimont ed Edison permangono — secondo dati recenti della camera di commercio italo-libica — quasi un centinaio di imprese che, seppure a fatica e con un "basso profilo", in taluni casi riescono a portare avanti le proprie attività, mentre in altri, pur avendo chiuso momentaneamente battenti, sono pronte a ripartire.