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Esteri

RISIKO/ Dietro l'esecuzione di al-Nimr, lo "shale oil" americano?

I rapporti tra Arabia Saudita e Iran sono precipitati dopo l'esecuzione di un religioso sciita e minacciano di aggravare pericolosamente l'intricata situazione mediorientale. CALEB J. WULFF

Il segretario di Stato americano John Kerry (Infophoto)Il segretario di Stato americano John Kerry (Infophoto)

La rottura delle relazioni diplomatiche con l'Iran sembra aver avviato l'Arabia Saudita alla sua terza guerra, dopo l'intervento nello Yemen e la guerra del petrolio, il primo motivato dal pericolo di una vittoria dei ribelli Houthi e l'instaurarsi di  un regime ostile ai suoi confini, la seconda per mettere in difficoltà pericolosi concorrenti, come Russia, Usa e Iran. 

Meno facile capire le ragioni del braccio di ferro con l'Iran provocato dall'esecuzione di un autorevole religioso sciita, lo sceicco Nimr al-Nimr. L'esecuzione di massa, 47 condanne a morte eseguite in un solo giorno, sarebbe rimasta tale anche senza l'uccisione dello sceicco, dando un forte segnale contro il terrorismo, se è questo che si voleva.

Per inciso, le proteste dell'Iran per questa esecuzione vengono da uno Stato che è secondo solo alla Cina per numero di condanne a morte eseguite e che, in proporzione alla popolazione, rimane saldamente in cima a questa macabra classifica, seguito appunto dall'Arabia Saudita.  

Difficile quindi non considerare quest'esecuzione come una voluta provocazione non solo all'Iran, ma a tutto il mondo sciita, e in particolare alla propria minoranza interna e alla maggioranza sciita del vicino Bahrein. La maggioranza dei commentatori esclude, credo con ragione, che si voglia arrivare realmente a uno scontro militare diretto, che, oltre che per l'intera regione, sarebbe disastroso per la stessa Arabia Saudita.

La mossa potrebbe essere perciò interpretata come un rischio calcolato, sia pure azzardato, per uscire da problemi interni e da un ruolo secondario sul piano internazionale in conseguenza dell'espansione dell'Isis, di cui i sauditi sono parzialmente ritenuti responsabili, e dell'intervento russo in Siria che, insieme all'accordo di Obama con Teheran sul nucleare, ha riposizionato l'Iran in un ruolo centrale nella regione. In questo senso Riyadh ha già ottenuto qualche successo con l'inasprimento a diversi livelli delle relazioni diplomatiche con l'Iran di Emirati Arabi, Kuwait, Sudan ed Egitto. Un altro successo può derivare dalla rottura delle trattative sulla crisi in Siria, ma il tutto pare essere all'insegna del "tanto peggio, tanto meglio", segnalando un'obiettiva difficoltà del regime saudita.

L'esecuzione dello sceicco e l'innalzamento dello scontro con l'Iran non sono state bene accolte in molte cancellerie occidentali, anche se l'Onu si è limitato a condannare l'assalto alle rappresentanze diplomatiche saudite in Iran, senza menzionare le esecuzioni. Forse perché la critica sarebbe stata in contraddizione con il ruolo preminente assegnato all'Arabia Saudita nel Consiglio per i diritti umani, una delle tante contraddizioni di questa ineffabile istituzione.

L'assalto alle rappresentanze diplomatiche è ovviamente da condannare, ma chi viene così messo in reale difficoltà è il presidente iraniano Rohani e i suoi tentativi di apertura, mentre ne escono rafforzati gli oppositori interni, cioè i fondamentalisti sciiti. Qualcosa di simile era avvenuto con gli attentati di Parigi proprio alla vigilia della visita di Rohani a Roma e Parigi, visita ovviamente annullata. Quella volta è stata l'Isis, ora il governo saudita.