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Esteri

CLINTON vs TRUMP/ Violenza e colpi bassi come in Italia (dove però non si vota)

"La trascrizione di parte di una conversazione fra due amici, entrambi con doppia cittadinanza: italiana e americana", alla vigilia del Debate n. 2 Clinton-Trump. PAOLO VALESIO

Hillary Clinton (LaPresse)Hillary Clinton (LaPresse)

Quella che segue è la trascrizione senza pretese di parte di una conversazione fra due  amici, entrambi "binazionali" — ognuno dei due infatti ha doppia cittadinanza: italiana e americana — in un bar di una città italiana di media grandezza.


A. — Ti vedo pensoso. Cos'hai in mente?

B. — Pensavo al primo verso di una bella poesia: "Oh, essere in Inghilterra adesso che là è aprile"…

A. — Santo cielo, non cominciare con la poesia adesso (ma l'ho riconosciuta: è di Robert Browning). Comunque non vedo il nesso: ti pensavo nostalgico per gli Stati Uniti; e poi, siamo in autunno.

B. — Ho applicato il verso al mio caso, anche se la traduzione che vien fuori non è molto poetica; quel che volevo dire è: "Oh, essere negli Usa adesso che ci sono i dibattiti elettorali!".

A. — Beh, in effetti sei proprio caduto nella prosa. Fra tutte le belle cose di cui uno di noi può provare nostalgia, pensando al nostro secondo paese, tu sei proprio andato a pescare uno dei fenomeni più discutibili della vita americana: una serie di risse a stento controllate da qualche giornalista, dove ognuno dei due candidati gioca disinvoltamente con i fatti, e getta fango in faccia all'avversario o avversaria.

B. — Scusa, ma mi sembra che tu abbia appena definito la natura di ogni competizione politica.

A. — Negli Stati Uniti (paese a forti tendenze barbariche), forse; mentre in Europa…

B. — Ma fammi il piacere! Qui in Europa siamo semplicemente più noiosi.

A. — Insomma, io vorrei che si citassero fatti verificabili, e si esponessero programmi precisi. Altrimenti…

B. — Altrimenti, cosa? Hai appena descritto una conferenza accademica (o una chiacchierata da bar), non un dibattito politico.

A. — Ah, davvero? E allora, scusa, secondo te nei dibattiti politici bisognerebbe manipolare i fatti e buttarsi torte in faccia?

B. — Io tento di descrivere quello che veramente ha luogo, non quello che "dovrebbe" accadere, "secondo me" (se no, torniamo alle chiacchiere da bar).

A. — Insomma, quello di cui hai nostalgia è uno spettacolo cinico e abbastanza volgare.

B. — Non è proprio così, anzi finisce con l'essere quasi il contrario.

A. — Ed eccoci ai paradossi: ricominciamo con la poesia?

B. — Ma no, no. Niente paradossi, niente poesia. Ogni campagna elettorale deve prima di tutto esorcizzare la violenza, che è intrinseca alla politica.

A. — E come la esorcizzi, con le torte in faccia?

B. — E dajje, con 'ste torte in faccia! Quello che in realtà succede è una rassegna di vari modi di parlare e di presentarsi che hanno tuttavia lo stesso scopo: disinnescare il pericolo della violenza con intuizioni, scorciatoie di immagini, battute… e tutto ciò evoca visioni alternative del mondo. Altro che cinismo!