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DALLA GRECIA/ Il balletto di Tsipras, Fmi e Germania

La Grecia continua a vivere una situazione difficile, complicata anche delle scelte di Fmi e Germania, senza dimenticare le politiche di Tsipras. Da Atene SERGIO COGGIOLA

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Atene-Berlino-Fmi: il triangolo del caos. Tra i due protagonisti e il comprimario si stabiliscono alleanze variabili. Atene con Fmi per la riduzione del debito pubblico. Atene contro Fmi per un ulteriore taglio della spesa previdenziale (oggi al 10% a carico delle casse statali). Berlino contro Fmi sulle percentuali di crescita (3,5% nel 2018 per l’Ue, 1,8% per il Fmi) della Grecia e sul taglio del debito. In breve: il Fmi pensa di non potere partecipare con nuovi finanziamenti perché i fondamentali della Grecia non lo consentono. Secondo il Fmi, senza una ristrutturazione del debito, non è credibile che Atene possa riprendere la strada della crescita e ripagare quanto dovuto. Berlino non è d’accordo e sottolinea come un taglio del debito sia già stato fatto e come la Grecia abbia obblighi, in termini di pagamento per interessi, molto favorevoli che comportano una spesa annua pari a meno del 4% del Pil.

Il Fmi che minaccia di sfilarsi da questo ginepraio ellenico. Berlino che ha votato per il nuovo prestito ad Atene a condizione che sia presente il Fmi. Insomma, Atene sta a guardare in attesa che il Fmi decida quale sarà il suo ruolo e Berlino vada alle elezioni tra un anno. Sotto questa cappa di incertezza, ecco che “Die Welt” scrive che la miglior soluzione per la Grecia sarebbe una drastica riduzione del debito e un bonus di “buona uscita”, cioè Grexit.

Nel frattempo, il governo Tsipras continua la strada, tortuosa, delle riforme. Terminata la prima valutazione con un anno di ritardo (ufficialmente si doveva concludere a ottobre 2015), ricevuta una sotto-tranche di 1,1 miliardi e in attesa della seconda da 1,7 - questo spacchettamento molti commentatori lo interpretano come un “avvertimento” verso Atene -, sta per iniziare la seconda valutazione che dovrebbe, teoricamente, concludersi a fine novembre. A valutazione conclusa, si dovrebbe parlare di ristrutturazione del debito ed eventuale accesso al Qe di Draghi.

Ipotesi accademica, stando ai precedenti e alle riforme (33) che dovranno essere votate. La più delicata: quella del mercato del lavoro. Se il governo vorrà essere promosso, sarà costretto a rinnegare tutte le promesse circa un aumento del 20% dello stipendio minimo, la reintroduzione dei contratti collettivi. Ci sarà battaglia come ha promesso il ministro del lavoro che porterà al 2017. Ma ci saranno anche tante ore perse per scioperi e manifestazioni. Non passa giorno che il centro di Atene non sia bloccato da manifestanti: pensionati, giornalisti, medici. Ormai è chiaro che la disaffezione per questo governo sta aumentando. Ma lo stesso governo, che nel suo documento economico-finanziario (cioè la bozza delle legge di bilancio) è convinto che nel 2017 ci sarà un rimbalzo dell’economia che segnerà un +2,8%, e di conseguenza potrebbero diminuire i malumori.

Sintomatico comunque è un fatto: la classe politica viaggia su un altro emisfero. Lo stesso giorno in cui l’Eurogruppo ha “umiliato” la Grecia con la sotto-tranche (decisione voluta dai tedeschi), ad Atene, in Parlamento, si discuteva di corruzione. Niente di nuovo. Se ne parla da anni, per puro spirito “accademico”. Ma ciò che ha fatto impressione erano i toni usati dai due contendenti: Tsipras e Mitzotakis. Attacchi personali e polemica al calor bianco. Risultato positivo per entrambi: al secondo per confermarsi leader di un partito, somma di feudo e clan, e al primo il dibattito è servito per ricompattare la base elettorale in vista del secondo congresso che inizia oggi.