BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

CAOS LIBIA/ Italiani rapiti, la jihad fa vedere ad al Serraj chi comanda

Pubblicazione:

LaPresse  LaPresse

Alcuni combattenti sarebbero tornati in Libia dai teatri afghano e iracheno, con il compito di creare legami tra le milizie salafite locali e la leadership di al Qaeda o per creare campi di addestramento nel paese. E così, forti della debolezza delle istituzioni libiche e della loro incapacità di controllo del territorio, i vertici dell'organizzazione hanno pensato bene di trasformare il paese in una sorta di zona franca per al-Qaeda nel Maghreb Islamico. D'altra parte il fragile Stato libico è innegabilmente "funzionale" poiché si trova al centro di numerosi traffici illegali, dal greggio alle armi a quello di esseri umani. 

A riprova del rafforzamento di Aqmi in terra libica va rammentata l'individuazione di basi logistiche nell'area della Cirenaica e del Fezzan. Sono numerose le testimonianze di combattenti, per lo più algerini, catturati o uccisi in Siria, provenienti dai campi di addestramento dell'est libico. Nel desertico sud, invece, i servizi segreti algerini avrebbero localizzato basi dei combattenti di Aqmi, attivi in Algeria e nel Sahel, tanto che si sarebbero sovente verificate incursioni delle forze speciali di Bouteflika per distruggerle. Ciò non dovrebbe stupire se si pensa che l'Algeria è ormai una vera pentola a pressione. A minacciarne l'apparente stabilità, oltre alle assai precarie condizioni di salute del presidente, vi sarebbero gruppi di jihadisti attivi al confine con la Libia e con la Tunisia. D'altra parte, Aqmi è figlia della guerra civile algerina degli anni novanta. Le forze di sicurezza del paese non sono riuscite ad annientarla ma solo a spingerla fuori dai confini, da dove potrebbe riorganizzarsi in vista di nuovi attacchi in Algeria ed in altri paesi dell'area, come ad esempio la "fragile" Tunisia che ha fornito il maggior numero di combattenti dell'Isis in Siria.

Questo ci dimostra come, anche oggi che lo stato islamico sembra quasi espunto da Sirte, la persistenza di elementi jihadisti organizzati nel paese, e con reti attive anche in quelli limitrofi, costituisca una reale minaccia non solo per la Libia ma per l'intero quadrante nord africano. Stabilizzare il paese vorrebbe dire quantomeno limitare l'incancrenimento di tale fenomeno. Si tratta, però, di una prospettiva che appare ancora ben lontana. Neppure due giorni fa, un gruppo di milizie islamiste — avverse a quelle di Misurata fedeli al premier Serraj — hanno fatto irruzione nella sede del Consiglio di Stato di Tripoli, aprendo così la strada al redivivo ex primo ministro Khalifa Ghwell che ha "colto la palla al balzo" per tentare di reinsediarsi, con i suoi, nella capitale. Il pericolo per ora sembrerebbe rientrato ma tanto basta per mostrare la debolezza del governo a marchio Onu. 

< br/>
© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.