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Elezioni Usa 2016/ Donald Trump non ha pagato le tasse per 18 anni: la rivelazione alla fine di una settimana da incubo (oggi, 3 ottobre)

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Donald Trump (Foto:Lapresse)  Donald Trump (Foto:Lapresse)

ELEZIONI USA 2016, DONALD TRUMP NON HA PAGATO LE TASSE PER 18 ANNI: LA RIVELAZIONE ALLA FINE DI UNA SETTIMANA DA INCUBO (OGGI, 3 OTTOBRE) - Quante volte, in queste Elezioni Usa 2016, abbiamo parlato della cosiddetta "sorpresa d'ottobre". Si dava per scontato che ad esserne coinvolta sarebbe stata Hillary Clinton, che la candidata democratica avrebbe dovuto magari fare i conti con una nuovo scandalo delle email orchestrato da Wikileaks, l'organizzazione di Julian Assange che già in passato ha diffuso documenti considerati top secret, invece è successo esattamente l'opposto. A scartare una sorpresa sgraditissima è stato Donald Trump, che a detta del New York Times, avrebbe sfruttato un'ingente perdita economica per evitare di pagare le tasse federali per 18 anni. Tutto ha avuto inizio quando Susanne Craig, una giornalista del Times, ha ricevuto dei documenti che sembrano essere a tutti gli effetti tre pagine della dichiarazione dei redditi di Trump risalenti al 1995. Nella prima pagina si fa riferimento ad una dichiarazione dei redditi di un residente dello stato di New York, nella seconda a quella di un non residente in Connecticut e nella terza di un non residente nello stato del New Jersey. Solo su quest'ultima pagina sono riportate le firme di Donald Trump e di Marla Maples, che del tycoon è stata moglie dal 1993 al 1999. I codici fiscali di entrambi, invece, sono presenti su tutte e tre le pagine di dichiarazioni dei redditi. Sui fogli in questione si può notare come sia segnalata una perdita di 915.729.293 dollari: quasi un miliardo di dollari insomma, mica noccioline. Come riferisce Il Post, si tratta di una perdita economica dovuta ad alcuni dei molti fallimenti imprenditoriali di Trump: nello specifico dei suoi tre casinò di Atlantic City e di alcune faccende relative all'acquisto dell'Hotel Plaza di New York e agli investimenti nel settore delle compagnie aeree. Per quanto parlare di tasse non sia entusiasmante in nessun caso, è presente in questa storia un elemento molto succoso dal punto di vista di chi deve analizzare questa campagna elettorale a stelle e strisce, e sta nel confine sottile tra legalità e politicamente corretto. Dal punto di vista prettamente giuridico, infatti, i documenti diffusi dal New York Times non creeranno alcun problema a Donald Trump. Negli Stati Uniti vige infatti una norma secondo cui i grandi contribuenti, quelli che ogni anno pagano milioni di dollari in tasse, possono beneficiare di alcune detrazioni fiscali in caso di perdita di una grossa somma. Proprio quello che è successo al candidato repubblicano, che secondo le stime realizzate dal New York Times potrebbe non avere pagato le tasse, in maniera del tutto legale, su guadagni fino a 50 milioni di dollari all'anno per un lasso di tempo di 18 anni. Qualcosa che non sia penalmente rilevante, però, non impedisce di fatto di condannare la condotta del magnate newyorchese, che per quanto abbia fatto in modo di alzare l'asticella combinandone di volta in volta una sempre più grossa, anche in questo caso non sarà esente da critiche dal mondo della stampa e da parte dello schieramento rappresentato da Hillary Clinton. Ai primi attacchi piovuti su di lui, ad esempio, Trump ha risposto evocando proprio la teoria dell'accerchiamento. Come riporta Politico.com, il comitato elettorale del repubblicano ha diffuso una nota in cui sottolinea come i documenti in questione siano stati ottenuti innanzitutto in maniera illegale, e che questa è la dimostrazione che il New York Times e più in generale i media, sono l'estensione della campagna elettorale di Hillary Clinton. In realtà il mistero su chi abbia consegnato questi documenti al quotidiano newyorchese è reso ancora più intrigante dal fatto che la busta ricevuta dalla giornalista del Times riportava come indirizzo la Trump Tower, sede della Trump Organization, principale società del repubblicano nonché emblema del suo impero. Inutile dire che Trump stesso farebbe carte false per scoprire l'identità della talpa, ma il problema adesso è convincere tutti gli americani onesti che pagano le tasse che lui non abbia cercato scorciatoie. Qualcuno potrebbe obiettare che Trump nel primo dibattito televisivo ha risposto a Clinton, che lo aveva accusato di non aver pagato le tasse federali, che questo fa di lui una persona "furba"; ma di fronte a cifre concrete e soprattutto così imponenti, gli elettori potrebbero decidere di farla pagare a Trump, e anche caramente, nelle urne. Da notare come nella dichiarazione rilasciata dalla campagna di Trump si sia deciso di non commentare la perdita di 915 milioni di dollari: semplicemente si è deciso di ignorarla, soffermandosi esclusivamente sulle 'centinaia di milioni di dollari in tasse sugli immobili, sulle vendite e sulle importazioni, tasse cittadine, tasse statali, tasse federali e tasse sui lavoratori, oltre a molte donazioni di beneficenza' che Trump ha pagato. La legge di cui Trump si sarebbe servito, che permette per esempio di cancellare dalla lista dei redditi tassabili ricavi di provenienza simile a quelli che Trump ha percepito per il reality show "The Apprentice" (si pensi che per ogni puntata gli sono stati corrisposti dai 50mila ai 100mila dollari) è stata oggetto dell'unica dichiarazione nel merito del tycoon, che su Twitter ha scritto di conoscere meglio di chiunque altro abbia mai corso per la Casa Bianca le complesse leggi sulle tasse e di essere perciò l'unico che può sistemarle. Un commento vago, generico, in linea con lo stile Trump. Quel che è chiaro è che neanche l'arrivo del mese di ottobre ha frenato la tendenza negativa iniziata dal post-dibattito: prima i sondaggi che hanno fatto segnare un aumento del vantaggio di Hillary su scala nazionale del 3%; poi le polemiche scaturite dalle dichiarazioni sull'ex Miss Mondo Alicia Machado definita "Miss Piggy", infine la questione del mancato pagamento delle tasse. Una serie di eventi simili, verificatisi ad una distanza ravvicinatissima l'uno dall'altro in neanche una settimana, avrebbero mandato al tappeto qualsiasi candidato, ma non Donald Trump. Con il suo modo di essere così limpidamente "impresentabile" ha abituato gli Usa e il mondo intero ad aspettarsi qualsiasi cosa. La goccia che farà traboccare non arriverà mai: se vittoria di Clinton sarà, dovrà essere soltanto per una marea di buone ragioni. (Dario D'Angelo) 



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