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ELEZIONI USA 2016/ Mike Pence è meglio di Trump? I rimpianti dei Repubblicani che vogliono battere Hillary (oggi, 6 ottobre)

Elezioni Usa 2016: dopo il dibattito contro Tim Kaine, tra i Repubblicani aumenta il rimpianto di non avere Mike Pence a capo del ticket contro Hillary Clinton guidato oggi da Donald Trump.

Mike Pence e Donald Trump (Foto: Lapresse) Mike Pence e Donald Trump (Foto: Lapresse)

ELEZIONI USA 2016: MIKE PENCE È MEGLIO DI TRUMP? I RIMPIANTI DEI REPUBBLICANI CHE VOGLIONO BATTERE HILLARY (OGGI, 6 OTTOBRE) - Nelle Elezioni Usa storicamente il dibattito tra aspiranti vicepresidenti non riveste una grande rilevanza nella corsa alla Casa Bianca. Per questo, mentre Clinton e Trump si affronteranno per 3 volte, Tim Kaine e Mike Pence si sono sfidati in una sola occasione, alla Longwood University di Farmville, Virginia, e non lo faranno più. C'è chi ha pensato addirittura di abolirlo definitivamente il confronto tra i numeri due della campagna elettorale, soprattutto in considerazione della sua "inutilità" ai fini elettorali, ma dal recentissimo duello tv tra Kaine e Pence è emerso un importante dato politico: il Partito Repubblicano ha sbagliato candidato alla presidenza. Mike Pence, che secondo il sondaggio effettuato dalla Cnn tra i telespettatori subito dopo il dibattito ha avuto la meglio su Kaine con un importante 48% a 42%, ha impressionato tutti coloro abbiano osservato il faccia a faccia per pacatezza, compostezza, equilibrio. Doti che avrebbero fatto molto comodo a Donald Trump, e soprattutto che avrebbero messo in grande difficoltà una candidata come Hillary Clinton sì preparata, ma molto vulnerabile sotto diversi aspetti. Il sito Politico.com, analizzando il dibattito, ha scritto che l'ex segretario di Stato deve ritenersi fortunata a doversela vedere con un candidato come Trump nel prossimo dibattito, specialmente in ragione del fatto che il magnate newyorchese non sembra essersi preparato per il secondo confronto (previsto per il 9 ottobre) molto di più di quanto non abbia fatto per il primo, che ha reso evidente il gap di preparazione tra lui e Hillary. All'interno dello stesso Grand Old Party, il giorno dopo il dibattito tra vice, sono in molti a non celare il rimpianto che il fatto che Pence non sia a capo del ticket per la Casa Bianca comporta. E mentre tutti gli americani, ostili o vicini allo schieramento repubblicano, sono pronti ad ammettere la padronanza e il sangue freddo messi in mostra da Pence, sembra esserci un unico scontento della sua performance: Donald Trump. Ufficialmente il tycoon loda su Twitter il suo numero 2, dice che ha vinto "alla grande" e che tutti dovrebbero esserne "fieri", ma in privato il ritornello suona in maniera del tutto opposta. John Harwood della CNBC e il New York Times hanno riportato le dichiarazioni di un consigliere di Trump, che ha seguito il confronto in diretta da un hotel di Las Vegas, sostenendo che il candidato alla Casa Bianca non era soddisfatto della prestazione del governatore dell'Indiana:"Pence ha vinto dappertutto ma non ha vinto con Trump". Sarà stato il poco tempo speso a difendere "veramente" Trump dagli attacchi di Tim Kaine, o forse il fatto che Pence abbia annunciato misure (si vedano la minaccia di attaccare le truppe di Assad in Siria in caso di mancato arretramento della Russia o la volontà di riformare la giustizia penale) probabilmente non concordate con il suo leader. Per comprendere che qualcosa non quadra nel racconto del dibattito in Virginia basta dire che dalle parti di Hillary Clinton, per quanto Kaine non sia stato premiato dai sondaggi, il clima è euforico: segnale chiarissimo che lo scopo del running mate democratico non era tanto quello di vincere, quanto attaccare Trump. E in effetti che tra The Donald e Pence il feeling non sia dei migliori si può evincere guardando semplicemente alla storia personale dei due: mentre Trump rivendica di essere un "outsider" della politica, il running mate è parte integrante del cosiddetto "establishment". Se i media fanno notare come siano diversi i caratteri, i principi, i convincimenti di Trump e Pence, loro pubblicamente dimostrano di stimarsi, sostengono di completarsi. Ma la politica non rispetta regole aritmetiche: non sempre sommare due forze diverse porta realmente ad un'aggiunta in termini elettorali. E al contrario unire pensieri naturalmente distanti può alimentare e rendere palesi le contraddizioni di un binomio che non è detto che funzioni. Qualche tempo fa, come riporta Yahoo.com, Pence nel suo tour elettorale si è recato a Williamsburg, in Virginia, dove ad attenderlo ha trovato una pioggia torrenziale; un altro candidato, di fronte a quello spettacolo, avrebbe potuto scegliere di salutare la folla, di rinviare il comizio in programma ad un'occasione meno sfortunata. Lui no, Pence è rimasto in piedi a prendersi l'acquazzone, ha letto tutto il suo discorso di venti minuti, e centinaia di persone sono rimaste sotto la pioggia per ascoltarlo. Al termine del comizio Pence ha chiamato Trump per dirgli:"Vinceremo in Virginia". The Donald, tra il serio e il faceto, davanti ad un pubblico di sostenitori ha poi dichiarato di non volere che Pence si abitui ad avere folle di persone come le sue, perché a quel punto potrebbe diventare "geloso" e "arrabbiato". In questa frase, seppure pronunciata ironicamente, si cela forse il peccato originale del Partito Repubblicano in queste Elezioni Usa 2016: l'assenza di gioco di squadra. Le primarie sono state un gioco al massacro, gli endorsement per Trump sono arrivati (quando lo hanno fatto) con estremo ritardo e l'assenza di un allenamento in vista del primo dibattito ha di fatto compromesso la rimonta ai danni di Clinton che sembrava lentamente concretizzarsi. Non tutto però è da buttare: Pence lascia in eredità a Trump un metodo vincente. Poche urla, molta preparazione, tanto sangue freddo: regole cardine per provare a pareggiare i conti contro Hillary nel prossimo duello. Per questo in tanti sperano sia Pence ad occuparsi di allenare Trump in vista del faccia a faccia, che per l'occasione prevederà anche domande da parte del pubblico. In pochi, però, all'interno dello schieramento repubblicano stesso, credono davvero che Trump si presterà a questo disegno. Difficile per un motivo tanto banale quanto impossibile da aggirare: Trump non accetterebbe mai di vincere con i consigli del suo numero 2. Per questo, al di là delle dichiarazioni di facciata, era il meno entusiasta della performance di Pence. Perché non accetta di condividere la scena con nessuno, ama prendersi il centro del palcoscenico, odia essere descritto come inferiore. A meno di clamorosi colpi di scena, dunque, i rimpianti repubblicani sono destinati a rimanere tali: Trump andrà per la sua strada, ovunque questa lo porti. (Dario D'Angelo)

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